Archivio per giugno, 2012

 

Don Marco Mangiacasale

Polemiche e proteste a Como per un articolo di don Angelo Riva, direttore del settimanale diocesano. La stampa locale reagisce: «È nostro dovere raccontare i fatti, dire che un parroco è stato arrestato per pedofilia e quali delitti ha confessato»

di Rossella Ricchiuti (Ossigeno per l’informazione)

 

«Certe ferite della vita sono per il Medico celeste, non per il pubblico ludibrio, né per la gogna mediatica. E meno ancora per lo sciamare malsano del pettegolezzo, o per il gusto compiaciuto del torbido». Così don Angelo Riva, direttore del Settimanale della Diocesi di Como, ha bollato gli articoli di cronaca – comparsi su varie testate locali – che hanno riferito le accuse a don Marco Mangiacasale, ex-parroco arrestato per violenza sessuale aggravata a danno di due minorenni. I cronisti hanno replicato: noi dobbiamo raccontare i fatti e lo facciamo rispettando le regole e le persone coinvolte. 

La vicenda. È il 7 marzo 2012 quando l’ex parroco di San Giuliano, don Marco Mangiacasale, economo della Diocesi di Como dal 2009, viene arrestato. Da quel momento i giornalisti della stampa locale si occupano della questione che pian piano assume proporzioni notevoli. Il prete incriminato ha ammesso subito di aver intrattenuto rapporti sentimentali e sessuali con le due ragazze per quattro anni, da quando avevano rispettivamente 12 e 13 anni, e anche di aver molestato sessualmente altre tre giovani minorenni. Tutto normale. Come non raccontare ciò che è successo? Nessuno mette in dubbio che i cronisti abbiano il preciso dovere di fare sapere ai cittadini turbati come sono andate le cose e cosa emerge da indagini e ammissioni. Nessuno ci trova da ridire fino al 2 giugno scorso quando, tre mesi dopo l’arresto del parroco, appare un articolo su Il settimanale della Diocesi di Como, che sulla questione ha mantenuto il più assoluto silenzio. È firmato dal direttore editoriale, don Angelo Riva. Il contenuto lascia interdetti i giornalisti che si sono occupati del caso. Ecco come termina l’editoriale: «Può darsi che il silenzio del Settimanale abbia deluso qualche lettore, ma dal cannibalismo (per non dire la coprofagìa) di certa informazione noi intendiamo smarcarci».

Le reazioni. «Sono rimasto spiacevolmente sorpreso, le parole di don Riva sono avulse da ogni contesto», commenta Paolo Moretti, giornalista della Provincia di Como, che ha seguito la vicenda insieme al collega Stefano Ferrari. Paolo racconta di aver trattato il caso con estrema cautela nei confronti delle vittime al fine di non consentirne l’identificazione. «Per questo motivo all’inizio abbiamo anche evitato di riportare negli articoli l’età delle bambine ed i molti dettagli scabrosi contenuti nelle carte giudiziarie. Questo è avvenuto anche dopo che la segretezza degli atti è caduta, quando è stato notificato all’indagato l’avviso di conclusione indagini», aggiunge Paolo, sottolineando l’estrema attenzione alla deontologia professionale durante la documentazione dei fatti.

La Provincia di Como si è occupata del caso con estrema attenzione e costanza, così come ha fatto il Corriere di Como attraverso le penne di Mauro Peverelli e di Anna Campaniello. I due quotidiani hanno raccontato con precisione e meticolosità gli spiacevoli fatti: dall’arresto del parroco grazie alla denuncia della ragazzina che, alla fine di febbraio, ha deciso di dire basta confidandosi prima con l’attuale parroco di San Giuliano e poi con gli inquirenti, fino alle migliaia di sms ed mms inviati dal prete alle sue vittime.

«L’Unione Cronisti Lombardi ha subito pubblicato una nota in cui è stato stigmatizzato l’accaduto. L’attacco di don Riva risulta inspiegabile, dal momento che la vicenda ha interessato un prete pedofilo reo confesso», sottolinea Moretti. L’autore dell’articolo si definisce anche giornalista, quindi formalmente collega di Paolo e degli altri cronisti che ha accusato di cannibalismo e coprofagia. Ed è proprio quest’ultimo aspetto che dovrebbe far riflettere, poiché se monsignor Riva si reputa un giornalista dovrebbe conoscere alla perfezione il diritto di cronaca, che ha palesemente offeso.

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Fonte: Ossigeno per l’informazione

Leggi anche: L’articolo di don Angelo Riva

 

 

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Le inchieste di Gianluigi Nuzzi, con il programma tv Gli Intoccabili e la recente uscita del libro Sua Santità (Chiarelettere) hanno scatenato un putiferio non solo Oltretevere. E il giornalista, che ha firmato sempre per Chiarelettere pure Vaticano spa (oltre 240mila copie vendute in Italia e tradotto in diverse lingue), pagherà il suo ardire – che consiste nell’aver svolto con professionalità il proprio lavoro – in prima persona. Avendo reso pubblici documenti riservati del Vaticano, e svelato le trame interne che danno una immagine molto meno serafica e armoniosa di quella cui si è abituati dai media, insomma, per aver scoperchiato il calderone vaticano, Nuzzi è diventato scomodo persino per La7. È stato lui stesso ad annunciarlo su Twitter: il programma non tornerà in onda sull’emittente per la prossima stagione. Nonostante il successo di share e l’impostazione che lo distingueva nettamente dall’ossequioso coro mediatico verso la Chiesa cattolica.

La dirigenza della rete, che come riporta la Uaar sul proprio sito è in trattativa anche con Michele Santoro, potrebbe ridimensionare lo spazio di Nuzzi inserendolo nel programma di Gad Lerner. Si vocifera che sia arrivato un vero e proprio “diktat vaticano” contro lo scomodo giornalista, già nel mirino della Santa Sede.

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Desidero a esprimere tutta la mia solidarietà al collega Gianluigi Nuzzi

Federico Tulli

Era sembrato di capire che le massime autorità vaticane avessero preso di petto e sviscerato fin dove loro consentito il dramma dei reati di pedofilia commessi dai preti in tante, troppe parti del mondo. Era sembrato che la fuga degli innumerevoli documenti dalle stanze del papa o ad esse limitrofe, che va sotto il nome di VatiLeaks, fosse stata affrontata con una buona dose di concretezza, fondata su indagini poliziesche e procedimenti giudiziari. Ora su entrambe le brutte questioni c’è un fumoso tirar le fila a opera di Benedetto XVI, per quanto riguarda il primo argomento, e del cardinale Tarcisio Bertone relativamente al secondo.

Il papa ha inviato al 50esimo Congresso eucaristico internazionale (10-17 giugno) un messaggio che, svolgendosi l’evento a Dublino, in quella Irlanda dove la pedofilia dei preti ha raggiunto vette inimmaginabili, non poteva astenersi dall’accennare al fenomeno. «Ringraziamento e gioia», ha detto, per la «così grande storia di fede e di amore» del cristianesimo «sono stati di recente scossi in maniera orribile dalla rivelazione di peccati commessi da sacerdoti e persone consacrate nei confronti di persone affidate alle loro cure. Al posto di mostrare ad essi la strada verso Cristo, verso Dio, al posto di dar testimonianza della sua bontà, hanno compiuto abusi su di loro e minato la credibilità del messaggio della Chiesa. Come possiamo spiegare – si è chiesto – il fatto che persone le quali hanno ricevuto regolarmente il corpo del Signore e confessato i propri peccati nel sacramento della Penitenza abbiano offeso in tale maniera?». «Rimane un mistero», è stata la sorprendente risposta del papa, che “chiude” le indagini sulle motivazioni di tanto dolore e tanto scandalo senza avere scovato il colpevole. Sorprendente ma, va sottolineato, anche stridente nell’accostamento all’uso che, della parola “mistero”, fa il papa poco più sopra, in ben più profondi concetti teologici. «Il tema del Congresso (“Comunione con Cristo e tra di noi”) ci porta a riflettere sulla Chiesa quale mistero di comunione con il Signore e con tutti i membri del suo corpo», afferma Benedetto XVI in apertura. Poi, ricordando che «il Concilio ha promosso la piena ed attiva partecipazione dei fedeli al Sacrificio eucaristico», ha spiegato che il rinnovamento liturgico desiderato dai padri conciliari «era proteso a rendere più facile l’entrare nell’intima profondità del mistero».

Nell’intervista che il cardinal Bertone ha rilasciato a Famiglia Cristiana, il segretario di Stato accusa del pasticcio VatiLeaks direttamente il diavolo, “puparo” del maggiordomo Paolo Gabriele, agli arresti per trafugamento di documenti, e dei tuttora “misteriosi” e più o meno ecclesiastici traditori con i quali il cameriere doveva essere in combutta. «La verità – ha detto – è che c’è una volontà di divisione che viene dal maligno». Ecco dunque il colpevole. Qui sì, è stato scovato. Certo, all’origine di ogni male, e perciò anche del VatiLeaks, c’è, per i credenti, il Male personificato. Il quale, non riconosciuto, sa però farla da padrone anche nella Chiesa cattolica. Vedi l’Inquisizione, per dirne una. Lontana. Vedi la pedofilia dei preti, per dirne un’altra. Vicina. Ma quali abiti ha vestito il diavolo, quali menti ha abitato, di quali strutture si è servito? È un “mistero”?

Eletta Cucuzza, Adista

Bernard Francis Law

Dal 1980 al 1983 Bernard Francis Law fu vicario di Santa Susanna American Church a Roma. Nel 1984 viene trasferito a Boston per dirigere la prestigiosa diocesi. Un anno e mezzo dopo Giovanni Paolo II lo nomina cardinale. Nel 2002 la sua diocesi viene travolta dallo scandalo “pedofilia”. Accusato di aver insabbiato “casi” e coperto i responsabili, si dimette e torna a Roma in qualità di arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore. Sarà lui a officiare la messa in suffragio di Giovanni Paolo II (nd FT)

Fabrizio Peronaci (Corriere della Sera edizione del 5 giugno 2012)

C’è stato anche questo e nessuno ha mai neanche provato a spiegarlo, nell’intrigo che ha coinvolto le segrete stanze vaticane, cancellerie di mezzo mondo e servizi di intelligence dell’Est e dell’Ovest attorno alla scomparsa di una ragazzina divenuta sua malgrado il simbolo delle macchinazioni più feroci: un momento in cui sembrava fatta, era fatta. La trattativa per il rilascio della figlia del «postino» papale non era incerta o in corso: era conclusa. Siamo a fine settembre 1983. Lo Stato, nella persona di un agente del Sisde, bussò a casa Orlandi: «Emanuela tornerà tra 10-15 giorni, ma mi raccomando, portatela fuori, lontana dai giornalisti, è molto provata…». Papà Ercole, mamma Maria, il fratello Pietro e le altre tre sorelle si abbracciarono. Erano passati tre mesi. Novanta giorni da incubo: ogni ora un messaggio, una rivendicazione, un depistaggio, un pugno alla bocca dello stomaco quando al telefono si faceva vivo l’«Amerikano»….
È quella promessa caduta nel vuoto, quell’annuncio fallace che gettò nella costernazione gli Orlandi la lente da usare, oggi, per mettere a fuoco gli ultimi inquietanti sviluppi sulla pista che lega il sequestro di Emanuela, ma anche della coetanea Mirella Gregori, ai preti pedofili di Boston. Perché il giovane 007 Giulio Gangi, che in seguito si rimangiò le parole dette, comunicò l’imminente lieto fine? Già, da chi l’aveva saputo? La «ragazza con la fascetta» a settembre — dunque — era indubitabilmente viva, il che autorizza a spazzar via ogni ricostruzione che la vuole morta prima?
Una spiegazione mai data dagli inquirenti — non nella fase iniziale delle indagini né tantomeno negli ultimi 5-6 anni, avviluppati attorno alla pista della banda della Magliana — sta nelle carte, ma non solo. La si trova con ragionevole certezza nelle lettere, ritenute «le uniche attendibili», che in quella fine d’estate arrivarono da Boston al corrispondente romano della Cbs, Richard Roth, con il timbro di Kenmore Station. E la si intravede nello scenario terribile, seppure ancora sgranato, che ci consegna quel «Box 331» del network pedofilo di Boston, ubicato anch’esso in testa ai binari di Kenmore.
La congiunzione — il fermo posta chiamato Fag Rag, che sta per «Giornalaccio omosessuale» — era a disposizione di chi avesse voluta vederla già dal 2002, quando lo scandalo-pedofilia più grave della storia della Chiesa portò alle dimissioni dell’arcivescovo Bernard Francis Law, accusato di aver coperto le pratiche dei «suoi» sacerdoti. Di Kenmore Station si parlò davanti alla Corte di Suffolk, come rivelato ieri dal Corriere, durante la deposizione dell’imbarazzato prelato.
Però attenzione alle date, adesso. Da quando Sua Eminenza Reverendissima B.F. Law presiedeva alla cura delle anime negli States? Esattamente dall’11 gennaio 1984, giorno in cui fu nominato arcivescovo di Boston. Una coincidenza che si aggiunge a un’altra: il fatto che le prime denunce sulla East Coast, poi deflagrate nelle 456 cause delle giovani vittime di abusi sessuali contate nel 2002, risalivano all’anno del suo arrivo.
I mesi precedenti Bernard Law, a Roma, tesseva i fili della potente Chiesa d’America facendo base a Santa Susanna, sede dell’American Church, zona stazione Termini. Un trasferimento inaspettato, il suo: il rettore Humberto Sousa Medeiros morì il 17 settembre 1983 e chi poteva aspettarsi un avanzamento di carriera in loco lo vide volare oltreoceano, salvo nel 1985 accumulare la carica e diventare, lo stesso Law, anche il cardinale titolare di Santa Susanna.
È in questo contesto che torna in scena l’agente Gangi. Come si spiega il suo ottimismo? Qualcuno, almeno ai familiari di Emanuela, dovrà pur spiegarlo. L’esame incrociato delle rivendicazioni telefoniche e per lettera dell’«Amerikano» e dei messaggi di una sigla fino ad allora sconosciuta, tuttavia, fornisce già di per sé l’evidenza della segretissima trattativa.
Ecco le date. 4 settembre da Roma e 27 da Boston: due missive (stessa grafia) insistono nella richiesta di scambio Orlandi-Agca, l’attentatore di Wojtyla. 24 settembre: si appalesa «Phoenix», misterioso gruppo che nei comunicati usa toni sanguinolenti, minaccia «sentenze immediate», chiede «rispetto», invita «gli elementi» (esecutori del sequestro) a contattare «il conduttore» (mandante). E usa strane sigle, come «order NY», o «A.D.C». La stampa italiana abbocca: è la mafia americana, quella del boss Aniello Della Croce, coinvolta anch’essa nell’affaire Orlandi, si buttano i cronisti. No, spiega Pietro Orlandi, il fratello: «Phoenix altro non era che il Sisde, me lo confidò lo stesso Gangi a casa mia davanti a un caffè…».
Sì, così è chiaro. Quei messaggi rappresentarono un’operazione di intelligence (un po’ goffa e di dubbio gusto) per tentare di stanare i sequestratori, utilizzando i mass media. E dove venivano fatti trovare? Due nelle chiese di San Bellarmino e di San Silvestro, un altro sotto l’immagine di una Madonna vicino piazza di Spagna. Scelta casuale? Il senso, a una lettura attenta, non può che essere: sappiamo chi siete, vi bracchiamo. L’«Amerikano», d’altronde, nelle stesse ore veniva descritto dal prefetto Vincenzo Parisi, vicecapo del Sisde, come persona legata al «mondo ecclesiastico». Ma non basta: «Phoenix» (città dove era già scoppiato un caso di pedofilia nel clero, altra coincidenza?) l’8 ottobre 1983 testualmente dichiara: «È cosa nostra porre termine alla situazione Orlandi… Nell’eventualità di una mancata obbedienza estirperemo alla radice questa pseudo organizzazione causa di spiacevoli inconvenienti». Tradotto: rapitori di Boston, badate, vi abbiamo in pugno.
In coda, poi, una riga rivelatrice dell’ipotetico movente. Tre parole: «Traffico internazionale bambole». Non potevano saperlo, ovvio, quelli di «Phoenix», ciò che sarebbe accaduto a Boston 19 anni dopo… Ma forse, chi lo sa, era solo un modo di dire da sbirri, in una storia di poteri, complotti e dolore che sarebbe ora di scrivere una volta per tutte.

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I legami con la città dello scandalo: una lettera col timbro postale di «Kenmore Station» e le telefonate dell’«Amerikano»

Fabrizio Peronaci (Corriere.it)

C’è un filo robusto – rimasto sottotraccia nelle decine di faldoni dell’inchiesta aperta da 29 anni presso la Procura di Roma – che lega la scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori allo scandalo dei preti pedofili a Boston. Una vicenda che nel 2002 sconvolse la Chiesa cattolica, lasciò sgomenti milioni di fedeli americani per i sistematici abusi su minori coperti dai vertici ecclesiastici e portò alle dimissioni dell’arcivescovo Bernard Francis Law, poi tornato a Roma nel 2005 in qualità di arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore.

Mirella, Emanuela. Due ragazzine quindicenni accomunate da un atroce destino: la prima sparì nel piazzale di Porta Pia il 7 maggio 1983, dopo aver detto alla mamma che doveva incontrarsi con gli amici, e la seconda (figlia del messo pontificio di Wojtyla) il successivo 22 giugno, all’uscita della lezione di flauto a Sant’Apollinare. Un duplice mistero che da tre decenni fa perdere il sonno agli investigatori. E che – considerata l’ipotesi di una mai chiarita Vatican connection – solletica fantasie, ambizioni e congetture di stuoli di giallisti, detective, giornalisti, persino veggenti. L’ultimo colpo di scena, il 14 maggio, ha portato all’apertura della tomba del boss Enrico De Pedis, sepolto nella basilica a ridosso della scuola di musica della «ragazza con la fascetta».

Ma ora c’è di più. Un timbro, un fermo posta: entrambi localizzati in Kenmore Station, nel centro di Boston. L’uno agli atti, l’altro no. Il primo risale alle prime rivendicazioni dell’ affaire Orlandi-Gregori, il secondo fu usato dall’associazione pedofila Nambla (North American Man Boy Lover Association) ed è emerso 19 anni dopo. Vale la pena spiegarlo, questo indizio principe. Metterlo a fuoco, contestualizzarlo. Macchina indietro di 29 anni: luglio 1983. Il Papa è da poco rientrato dai bagni di folla nella sua Polonia, le elezioni in Italia hanno appena spianato la strada a Bettino Craxi ma, sul doppio sequestro, è buio totale. Quello di Mirella è «silente» ormai da due mesi e lascia attoniti i genitori, gestori di un bar vicino alla stazione Termini, mentre quello di Emanuela, inaspettatamente, deflagra: è Giovanni Paolo II, con l’appello del 3 luglio all’Angelus («Sono vicino alla famiglia Orlandi, la quale è in afflizione per la figlia…»), a proiettare uno dei tanti casi di missing people in una dimensione planetaria. L’effetto è immediato. Il 5 luglio a casa del «postino» papale arriva la prima telefonata del cosiddetto «Amerikano», italiano incerto e poche battute in inglese, che getta sul piatto una richiesta secca: libereremo «tua figliola», dice, in cambio della scarcerazione di Ali Agca.

Vincenzo Parisi, del Sisde, traccerà il seguente profilo dell’inquietante personaggio: «Straniero, verosimilmente anglosassone, livello culturale elevatissimo, appartenente (o inserito) nel mondo ecclesiale, formalista, ironico, calcolatore…». Trattativa vera o di facciata, quella sull’attentatore di Wojtyla? Un dato è certo: di contatti con la Santa Sede, attraverso il famoso codice «158», il dominus dell’intera vicenda ne ebbe più d’uno.  Il giallo infiamma l’estate. A luglio l’«Amerikano» telefona ancora, lancia ultimatum sulla vita di Emanuela. Ma all’improvviso smette, tace. Agosto viene così «riempito» da un altro soggetto, il Fronte Turkesh, i cui messaggi (scoprirà l’ex giudice Ferdinando Imposimato) altro non sono che depistaggi della Stasi e del Kgb per tenere sotto scacco l’odiato Papa anticomunista e filo-Solidarnosc.

Settembre, mese chiave dell’intrigo. Il 4 l’«Amerikano» riappare e fa trovare una busta dentro un furgone Rai, contenente un messaggio a penna e uno spartito di Emanuela. Ancora: al bar dei Gregori, il 12, giunge una telefonata choc. Un anonimo elenca i vestiti indossati e la marca della biancheria intima di Mirella, che solo la madre conosce. È un complice dell’«Amerikano»? Entrambe le ragazze sono in suo pugno?

Ed eccoci al 27 settembre 1983, all’ulteriore rivendicazione (o messinscena?) che, riletta oggi, fa correre brividi lungo la schiena. Richard Roth, corrispondente da Roma della Cbs , riceve una lettera che preannuncia «un episodio tecnico che rimorde la nostra coscienza». Gli investigatori, scrive l’ Ansa il giorno dopo, sono sicuri: si tratta dei «veri rapitori di Emanuela» o di «quelli che l’hanno tenuta prigioniera». Sulla busta c’è il timbro di partenza: Kenmore. Ma a quale episodio «tecnico» si allude? «L’imminente uccisione dell’ostaggio».

Non basta: una perizia grafologica accerta che il messaggio del 4 settembre e questo del 27 sono opera della stessa mano. L’«Amerikano» si è spostato sulla East coast? O ha trasmesso i suoi scritti a qualcuno, forse per continuare i depistaggi? Tale pista all’epoca non fu percorsa ma adesso, alla luce dei nuovi indizi, potrebbe riprendere quota. Gennaio 2002, Boston: scoppia lo scandalo. Il cardinale Law è accusato di aver coperto per molti anni sacerdoti pedofili della diocesi. Maggio 2002, si apre il processo davanti alla Corte di Suffolk: Law nella deposizione risponde a monosillabi, si scusa per aver controllato poco i «collaboratori». 7 giugno 2002: fuori dal tribunale le mamme delle vittime (per lo più maschietti, ma non solo) protestano. E, dentro, l’interrogatorio è incalzante: «È emerso in una precedente deposizione – attacca il rappresentante dell’accusa – che 32 uomini e due ragazzi hanno formato il gruppo Nambla. Per contattarlo si può scrivere presso il Fag Rag, Box 331, Kenmore Station, Boston… Cardinale Law, ha inteso?». Pausa. Nell’aula risuona una frase sibilata, poco più di un soffio.  «I do», risponde l’arcivescovo. Sì, è vero. Il Fag Rag , che sta per «Giornalaccio omosessuale», faceva quindi proseliti per conto del temutissimo sodalizio pedofilo degli States, proprio dalla stazione da cui partì la lettera su Emanuela. Nella sequenza di omissioni e depistaggi che da sempre alimenta il giallo della «ragazza con la fascetta», la pista di Boston, 29 anni dopo, fa balenare il più spaventoso e sconvolgente degli scenari.

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Abusata dall’età di otto anni e per tutta l’adolescenza dal nonno (Parma). Uccide il padre, pregiudicato per violenza su una tredicenne, perché lo sospetta di aver stuprato anche sua figlia (Taranto). Arrestato con l’accusa di aver violentato due nipotini, di cui uno invalido (Bergamo). L’attenzione dell’opinione pubblica è oramai da tempo puntata, giustamente, sulla impressionante serie di crimini pedofili compiuti da persone appartenenti al clero cattolico. Giova ricordare però che i responsabili della stragrande maggioranza degli abusi sono persone appartenenti alla cerchia familiare della giovane vittima. I tre casi appena citati a esempio, sono la punta di un iceberg dalle dimensioni impressionanti. La “Famiglia” tradizionale, invocata in questi giorni quale esempio di baluardo della società proprio dalle stesse istituzioni che per decenni hanno insabbiato e coperto gli scandali “clericali” in mezzo mondo, presenta un lato nascosto e dolorosissimo mai indagato a sufficienza. Specie nel nostro Paese.

[prosegue a breve su Cronache Laiche e su BabylonPost – FT]

L’ex frate francescano Robert Van Handel

Ex prete pedofilo rivela nelle sue “memorie” come ha molestato giovani vittime. Il racconto è unico nel suo genere perché per la prima volta, attraverso la terapia psichiatrica, viene messa a nudo la mente travagliata di un religioso pedofilo. Protagonista della storia Robert Van Handel, un francescano spretato accusato di aver molestato almeno 17 ragazzi, tra cui il nipote di cinque anni, che facevano parte del coro della sua chiesa nonché studenti del seminario dove insegnava. Il racconto di 27 pagine dell’ex francescano è stato scritto tra il 1993 e 1994 mentre era in terapia al Pacific Treatment Associates a Santa Cruz in California ed è avvalorato da lettere, interviste alle vittime e atti giudiziari. «La maggior parte dei casi che vengono fuori dalle aule dei tribunali – ha

spiegato l’avvocato Jeffrey Anderson – accenna solo all’esistenza di storie “sessuali”. Questo dell’ex prete è unico perché va dentro la mente del molestatore». La storia di Van Handel è stata rivelata nell’ambito di un accordo da 28 milioni di dollari tra i francescani e sei vittime di abusi da parte di ecclesiastici. Le vittime hanno chiesto che fossero svelati i documenti tenuti nascosti dall’ordine. Nel suo resoconto Van Handel, lui stesso vittima di un prete pedofilo quando aveva 15 anni, parla di come le sue paure della pubertà e le sue repressioni “sessuali” abbiano contribuito a farlo diventare un pedofilo di serie. (COR-CAP)

Il vescovo di New York, Timothy Dolan

Quando era arcivescovo di Milwaukee, autorizzò pagamenti a preti pedofili perché lasciassero il ministero. A Milano la denuncia di O’Malley sulle gravi omissioni della chiesa sugli abusi

Alessandro Speciale su Vatican insider

Il tema degli abusi non denunciati entra nel dibattito interno alla chiesa ”Tra le ragioni della perdita di credibilità della Chiesa c’e’ anche la pedofilia”. Lo ha detto il Cardinale Sean Patrick O’Malley, intervenendo al VII Incontro Mondiale delle Famiglie in corso a Milano.    “Dobbiamo esprimere il nostro dolore” – ha aggiunto – “alle persone che sono state ferite e assicurare loro che nel futuro questi fatti non accadranno mai piu’. Quello che predichiamo deve essere anche quello che pratichiamo: noi dobbiamo proclamare il Vangelo ed essere veri discepoli di Cristo”. L’Arcivescovo di Boston non ha mancato di ricordare che ”nei Paesi dove si è verificato questo problema sono state adottate delle linee guida”.

E intanto, proprio mentre è impegnato in uno scontro all’ultimo sangue con il presidente Barack Obama – che coincide in pieno con la campagna elettorale per le elezioni presidenziali del prossimo novembre -, il cardinale Timothy Dolan, arcivescovo di New York e presidente dei vescovi statunitensi si ritrova coinvolto in uno scandalo che potrebbe macchiarne l’immagine. Il presunto “scheletro nell’armadio” del porporato – scelto da papa Benedetto XVI per aprire il concistoro dello scorso febbraio e additato da qualcuno come potenziale papabile – è sempre quello: la pedofilia e il modo in cui Dolan, quando nel 2003 era arcivescovo di Milwaukee, gestì i casi dei preti colpevoli di abusi. Secondo quanto ammesso dall’arcidiocesi di Milwaukee, ai sacerdoti ritenuti, per le accuse ricevute, “non riassegnabili” ad un ministero pastorale fu offerto un pagamento fino a 20mila dollari perché non frapponessero ostacoli al loro processo di laicizzazione da parte dell’autorità ecclesiastica. Per Jerry Topczewski, il segretario generale della diocesi, si trattava di un contributo per aiutare i sacerdoti coinvolti nella fase di “transizione” alla vita da laico: “Che piaccia o no, l’arcidiocesi è canonicamente responsabile per il sostegno economico di un prete – anche se questi ha commesso un crimine orribile e un peccato come l’abuso sessuale di un minore”.

Ma per il gruppo di sostegno delle vittime Snap, Survivors Network of those Abused by Priests, il pagamento non era altro che una “mazzetta” offerta al prete perché lasciasse la Chiesa senza creare problemi – i soldi venivano pagati metà subito, metà a conclusione del processo di riduzione allo stato laicale. Inoltre, la cifra offerta ai preti pedofili era molto simile al risarcimento massimo offerto all’epoca alle vittime, pari a 30mila dollari. “In quale altro lavoro, soprattutto uno in cui si ha a che fare con delle famiglie e si gestiscono delle scuole e dei programmi per giovani – chiede Snap in una lettera aperta all’arcidiocesi – viene offerto un bonus in denaro a un impiegato se ha stuprato e molestato dei bambini?”.

Ma il vero imbarazzo per il cardinale Dolan, al di là dei pagamenti ai preti pedofili, è forse un altro. L’attuale arcivescovo di New York aveva dichiarato di non aver mai saputo nulla di un programma per offrire pagamenti in denaro ai preti accusati di molesite e aveva anzi respinto le accuse come “false, grottesche e ingiuste”. I documenti venuti alla luce durante la causa per bancarotta dell’arcidiocesi di Milwaukee – dichiarata bancarotta nel 2011 perché non più in grado di pagare i risarcimenti pattuiti dalle vittime di abusi – mostrano però come proprio l’arcivescovo Dolan abbia presieduto nel marzo 2003 una riunione del Consiglio economico diocesano, in cui venne discussa proprio la possibilità di offrire fino a 20mila dollari ai preti “non riassegnabili”. Fino ad oggi, l’arcidiocesi di New York non ha risposto alle richieste di un commento ricevute su questa vicenda.