Don Riccardo Seppia condannato a 9 anni, anche altri sacerdoti hanno ricevuto pene severe per abusi su minori in Italia. Ma i vescovi hanno rimandato ogni intervento

di Francesco Peloso [globalist.it]

“La Congregazione per la dottrina della fede chiede a tutte le conferenze episcopali del mondo di preparare entro il maggio 2012 ‘Linee guida‘ per trattare i casi di abuso sessuale di minori da parte di membri del clero, in modo adatto alle concrete situazioni nelle diverse regioni del mondo”. Era il 16 maggio di un anno fa quando la perentoria indicazioni arrivava dal Vaticano. Da quel momento in poi, anche le chiese locali che si erano mosse in ritardo o non avevano fatto nulla per affrontare la delicata questione, hanno dovuto provvedere. I dodici mesi sono trascorsi e la Conferenza episcopale italiana risulta essere fra le ultimissime conferenze episcopali a livello mondiale che non si è ancora dotata di norme anti-abuso. Un testo da tempo è allo studio e, secondo quanto spiegava il Segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, ancora un mese fa, sarà discusso e approvato “alla prossima assemblea generale dei vescovi” in programma per l’ultima settimana di maggio. Poi il tutto dovrà passare al vaglio del Vaticano. Ma il fatto è che i casi e le condanne si succedono e la Chiesa italiana ogni volta è presa alla sprovvista. La condanna di don Seppia fa seguito a quella di don Ruggero Conti, prete di una parrocchia nei dintorni di Roma, a 15 anni. Si tratta di sentenze pesanti.

Altri processi sono in corso, altre denunce in arrivo: abusi sessuali si sono verificati nella diocesi di Firenze, poi c’è la storia di Teo Pulvirenti, che ha raccontato delle violenze subita da ragazzino ad Acireale, in Sicilia; anche in questo caso, tuttavia, l’aspetto più grave emerso fino ad ora, è la copertura di cui ha goduto l’ennesimo prete abusatore seriale da parte di diversi vescovi. Il fatto è che la Chiesa italiana da questo orecchio non ci vuole sentire tanto che, nonostante le numerose richieste da parte della stampa, non ha mai voluto fornire un quadro completo della situazione: quanti sono i casi denunciati e accertati? cosa sta venendo alla luce di nuovo?.

“Abbiamo un rapporto preferenziale con il Vaticano e di questo parliamo direttamente con loro”, dicono regolarmente i vertici della Cei per giustificare una riservatezza che sconfina spesso nell’assenza di trasparenza. Del resto, un paio di anni fa, fu lo stesso Charles Scicluna, procuratore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede e uomo incaricato dal Papa di seguire i processi a livello mondiale, a dire che sì, in Italia “c’era una certa cultura del silenzio”. Di recente ha parlato di “una consapevolezza crescente” fra i vescovi italiani, ma evidentemente, resta della strada da fare. Curiosamente, in ogni caso, la Chiesa locale che vede il Papa come suo primate, non ha aderito – se non obtorto collo – a un impegno che ha qualificato in modo sensibile il pontificato di Benedetto XVI.

Ancora alla metà di marzo, la Civiltà cattolica, la rivista dei gesuiti che riceve il ‘visto’ della Segreteria di Stato, precisava: “Il messaggio che soprattutto si tiene a far percepire chiaramente è che le vittime, la verità e la giustizia sono le priorità, e che la Chiesa non deve attendere un nuovo scandalo per iniziare ad affrontare il problema degli abusi”. Già. Resta infine un problema. La Cei si è sempre opposta al principio dell’obbligo di denunciare all’autorità giudiziaria i casi di abuso di cui venissero a conoscenza i vescovi. La ragione addotta è che non è previsto dall’ordinamento italiano; bisognerà vedere allora in quali termini “la collaborazione con le autorità civili” – pure richiesta dalla Santa Sede – sarà resa operativa dalla Cei.

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