Archivio per maggio, 2012

Un’analisi storica e sociologica della pedofilia nella società occidentale a partire dagli episodi cui sono stati protagonisti rappresentanti della Chiesa cattolica. In Chiesa e pedofilia, edito da L’Asino d’oro, il giornalista Federico Tulli indaga sul fenomeno della pedofilia nel clero, e tratteggia il quadro degli scandali che attraversano 20 secoli di storia fino agli ultimi dolorosi eventi che hanno scosso l’Europa e l’Italia.

Venerdì 25 maggio alla libreria Rinascita Agosta di Roma (ore 18:30), i temi sollevati nel saggio di Tulli e le ultime notizie di attualità con le Linee guida anti-pedofilia emanate dalla Conferenza episcopale italiana, saranno al centro di una tavola rotonda. Insieme all’autore partecipano la psichiatra e psicoterapeuta Annelore Homberg, il segretario nazionale della Uaar, Raffaele Carcano, e il docente di filosofia Fulvio Iannaco. Coordina il dibattito Gianluca Santilli, responsabile della comunicazione Partito democratico Roma.

Nel lungo viaggio in cui l’autore ricostruisce sin dalle origini la storia dei crimini, emerge quella che è stata una vera e propria legittimazione culturale della pedofilia, che affonda le proprie radici nel logos occidentale e si propaga fino ai nostri giorni sotto l’ala protettrice del cattolicesimo. Un percorso compiuto attraverso inchieste, denunce, testimonianze, processi e interviste a esperti. «Questo libro ricostruisce una cronaca terribile e dolorosa – afferma nella prefazione lo storico Adriano Prosperi -. È un forte atto di accusa contro il silenzio, le attenuazioni, le coperture, le mezze misure che hanno circondato in Italia la speciale questione criminale dei preti pedofili».

Dalla paidea “platonica” al Concilio di Elvira (305 d.C.), quando per gli “stupratores puerorum” fu decisa la punizione del rifiuto della comunione, fino al Crimen sollicitationis, approvato nel 1962 da Papa Giovanni XXIII, dopo la prima edizione di Pio XI (1922), che stabilisce l’assoluta segretezza nelle cause di molestie, pena la scomunica, anche per la vittima. Suffragato da numerosi documenti e un’ampia bibliografia, questo saggio offre per la prima volta un quadro d’insieme di questo complesso fenomeno, interrogandosi sui motivi di una deflagrazione mediatica senza precedenti – avvenuta nel 2010 – sostenuta da una veemente indignazione popolare. E ipotizza che «si sta forse radicando nel pensiero comune un nuovo modo di intendere la nascita, il bambino e l’essere umano».

«Che l’identità c’è dalla nascita lo dice anche il Codice napoleonico, nel XIX secolo, con la docimasia – osserva lo psichiatra dell’Analisi collettiva, Massimo Fagioli, nella ficcante intervista a conclusione del saggio -. Se il neonato ha respirato e poi è morto è omicidio. Se non ha respirato non è omicidio, perché la vita umana nell’utero non c’è. Alla nascita c’è un essere umano. Prima no, c’è un fenomeno biologico». Questo implica il darwinismo, aggiunge Fagioli: «Si diventa esseri umani, alla nascita. La Chiesa cattolica non lo accetterà mai e purtroppo non lo accetta neanche la razionalità. Con questa assurda strana negazione-annullamento del fatto che nel sonno non si è morti e quindi che c’è un pensiero da studiare. La negazione assoluta di quello che dice il Codice napoleonico: uno è essere umano alla nascita e non a sette anni con la ragione. Questo è un cardine fondamentale. Altrimenti diventa che si può ammazzare o violentare un bambino come si vuole. E il pensiero che c’è dietro la pedofilia è proprio questo», conclude lo psichiatra.

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Chi si aspettava un nulla di fatto non è rimasto deluso. Le “Nuove linee guida anti-pedofilia” annunciate un anno fa dalla Conferenza episcopale italiana e rese pubbliche dal segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, in sostanza non spostano di un millimetro l’approccio molle che i vescovi italiani hanno sempre tenuto nei confronti di questo orrendo dramma. Crimini perpetrati da sacerdoti e suore, che ovunque hanno squassato intere comunità e imposto alla Chiesa cattolica e alle Conferenze locali un deciso cambio di atteggiamento nei confronti dei pedofili in tonaca, ma che in Italia, sebbene vi risiedano oltre la metà dei preti esistenti al mondo, evidentemente non intaccano la sensibilità e il dubbio dei porporati nostrani.

Ecco dunque che viene pomposamente ribadita nello sterile documento la “superiorità” rispetto non tanto alle norme giuridiche dello Stato italiano, quanto all’etica e alla morale che porterebbe ogni cittadino dotato almeno di buon senso a denunciare un reato di pedofilia e a testimoniare in tribunale contro il presunto responsabile. Per i vescovi italiani questo obbligo non sussiste. Nemmeno a livello morale, se costoro (gli stessi che passano il tempo a insegnare la morale al resto dell’Umanità) hanno tenuto a ribadire che, in base a quanto previsto dall’attuale legislazione italiana e dagli accordi concordatari, «i vescovi sono esonerati dall’obbligo di deporre o di esibire documenti in merito a quanto conosciuto o detenuto per ragioni del proprio ministero». «Nell’ordinamento italiano – si legge nelle Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici – il vescovo, non rivestendo la qualifica di pubblico ufficiale né di incaricato di pubblico servizio, non ha l’obbligo giuridico di denunciare all’autorità giudiziaria statuale le notizie che abbia ricevuto in merito ai fatti illeciti». Quando si dice “i tempi biblici”… In pratica la Cei ha impiegato un anno per “copiare” una norma italiana. A questo punto servirebbe uno scherzetto da prete del nostro parlamento. Un piccolo emendamento alla legge, che – dato il suo ruolo di “guida” – equipari un vescovo al preside di una scuola e il gioco è fatto.

Purtroppo però non siamo nella cattolicissima Irlanda, dove il premier Enda Kenny a un certo punto ha perso la pazienza e si è presentato alle camere per denunciare pubblicamente l’ostruzione praticata dal Vaticano nei confronti delle indagini che riguardavano eminenti uomini di Chiesa in odor di pedofilia, provocando una crisi diplomatica senza precedenti. Noi viviamo nella genuflessa Italia, dove solo per fare un paio di esempi, Paola Severino, fino al giorno prima di diventare ministro della Giustizia, era l’avvocato difensore del presidente dell’Istituto opere religiose, Ettore Gotti Tedeschi, finito sotto inchiesta con l’accusa di violazione della normativa di attuazione della direttiva Ue sulla prevenzione del riciclaggio. E dove, la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote, che inasprisce le pene, migliora gli strumenti di prevenzione e allunga i termini di prescrizione entro cui denunciare un pedofilo, rimbalza furbescamente da cinque anni tra Camera e Senato.

[Federico Tulli su Cronache Laiche]

Attese da tempo, dovrebbero arrivare a fine mese – con la prossima Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana in programma dal 21 al 25 maggio – le “Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale nei confronti dei minori da parte dei chierici”, come peraltro richiesto esplicitamente dalla Congregazione per la dottrina della fede oltre un anno fa con una lettera circolare inviata ai vescovi di tutto il mondo.  Frattanto i “casi italiani” di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di ecclesiastici si sono moltiplicati (v. Adista Notizie nn. 10 e 11/12) e si è appena diffusa la notizia che il vescovo di Cremona, mons. Dante Lafranconi, è stato prosciolto per intervenuta prescrizione (v. notizia precedente). Una realtà dunque che, nonostante le minimizzazioni, è grave e fino ad ora anche senza riposte complessive da parte della Cei.

«Parecchi casi sono emersi nella cronaca negli ultimi mesi e confermano quanto sosteniamo da tempo: il problema esiste nel nostro Paese in misura e modalità non sostanzialmente differenti da quelle degli altri Paesi del nord Europa e degli Usa», scrive Noi Siamo Chiesa in una lettera aperta ai vescovi italiani proprio in vista dell’Assemblea di fine maggio. «È stato un errore minimizzarlo», come invece ci sembra che sia stato fatto e si continui a fare, e «riteniamo anche che sia in errore chi, nel mondo ecclesiastico, ritiene che ci si trovi di fronte a una specie di complotto da parte dei media o della cultura cosiddetta “radicale” o “laicista” per intaccare la credibilità della Chiesa».

Tuttavia «nei prossimi giorni per voi c’è la possibilità di prendere una strada nuova», auspica Noi Siamo Chiesa, che già ad ottobre scorso aveva criticato il “silenzio” dei vescovi che discutevano nel chiuso delle segrete stanze senza rendere partecipe la comunità cristiana e le vittime di quanto andavano elaborando. Ora, nell’imminenza dell’Assemblea generale dell’ultima settimana di maggio, «molti si aspettano una presa d’atto della sottovalutazione del fenomeno e di troppi comportamenti negativi di cui alcuni di voi sono stati responsabili». E due sono le proposte del movimento cattolico “riformista” ai vescovi: «La denuncia alle autorità civili sia prevista nelle Linee guida come obbligatoria qualora ce ne siano gli estremi; sia decisa l’istituzione in ogni diocesi di una struttura indipendente che sia il primo referente per le vittime, sul modello di quanto analogamente già realizzato in altri Paesi (Austria, Germania e altri e, in Italia, nella sola diocesi di Bolzano-Bressanone)».

«È necessario avere l’umiltà di riconoscere quanto di negativo è stato fatto o è stato omesso fino ad ora – conclude la lettera di Noi Siamo Chiesa ai «fratelli vescovi» –. Ci aspettiamo che ognuno di voi, davanti alla propria coscienza, non sfugga alle proprie personali responsabilità e all’appello del Vangelo e che tutti insieme riusciate ad individuare il percorso nuovo che è indispensabile. Ci auguriamo di cuore che ogni altro atteggiamento di chiusura clericale venga meno, pensando al giudizio delle vittime, a quello del popolo dei credenti e a quello di Dio. Di altre possibili decisioni sbagliate sarebbe necessario pentirsi in futuro». (luca kocci – Adista)

Il Senato approva quasi all’unanimità, con un solo voto contrario, la ratifica della Convenzione per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale siglata a Lanzarote il 25 ottobre 2007. Il provvedimento, in quarta lettura è stato ancora modificato e torna di nuovo alla Camera. Si tratta di un iter lungo, cominciato alla fine del 2009, di un ddl che introduce, nel nostro codice penale (con l’articolo 414-bis) la parola pedofilia. (SES)

«La ratifica della Convenzione di Lanzarote è stata finalmente calendarizzata dal Senato. Auspichiamo che ci sia una rapida ratifica». Lo ha annunciato il ministro del Lavoro e delegato alle Pari opportunità, Elsa Fornero, nel corso di un convegno in occasione delle celebrazioni della IV Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia. Il ddl di ratifica della Convenzione – che prevede l’inasprimento delle pene per i reati di pedofilia e pedopornografia, il trattamento psico-terapeutico per i pedofili, l’ampliamento dei reati sessuali e anche i nuovi reati di pedofilia e pedopornografia culturale e di grooming, cioè di adescamento via Internet – che giaceva da mesi in Senato, arriverà in Aula dal 15 maggio. «Il contrasto alla pedofilia – spiega Fornero – deve cominciare con l’educazione al rispetto degli altri, che va recuperata nelle scuola, in famiglia e in tutti gli ambiti. Occorre tenere gli occhi ben aperti – conclude il ministro – perché queste cose sono diffuse, magari anche tra persone che conosciamo». (ceg/sam/alf Asca)

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E’ la terza volta che la legge di ratifica della Convenzione di Lanzarote rientra in Senato dal 2008. Sarà la volta buona? (FT)

Per approfondire, leggi l’articolo del 4 maggio 2012:

«La pedofilia è un fenomeno che la società italiana tende ad annullare»

Don Riccardo Seppia condannato a 9 anni, anche altri sacerdoti hanno ricevuto pene severe per abusi su minori in Italia. Ma i vescovi hanno rimandato ogni intervento

di Francesco Peloso [globalist.it]

“La Congregazione per la dottrina della fede chiede a tutte le conferenze episcopali del mondo di preparare entro il maggio 2012 ‘Linee guida‘ per trattare i casi di abuso sessuale di minori da parte di membri del clero, in modo adatto alle concrete situazioni nelle diverse regioni del mondo”. Era il 16 maggio di un anno fa quando la perentoria indicazioni arrivava dal Vaticano. Da quel momento in poi, anche le chiese locali che si erano mosse in ritardo o non avevano fatto nulla per affrontare la delicata questione, hanno dovuto provvedere. I dodici mesi sono trascorsi e la Conferenza episcopale italiana risulta essere fra le ultimissime conferenze episcopali a livello mondiale che non si è ancora dotata di norme anti-abuso. Un testo da tempo è allo studio e, secondo quanto spiegava il Segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, ancora un mese fa, sarà discusso e approvato “alla prossima assemblea generale dei vescovi” in programma per l’ultima settimana di maggio. Poi il tutto dovrà passare al vaglio del Vaticano. Ma il fatto è che i casi e le condanne si succedono e la Chiesa italiana ogni volta è presa alla sprovvista. La condanna di don Seppia fa seguito a quella di don Ruggero Conti, prete di una parrocchia nei dintorni di Roma, a 15 anni. Si tratta di sentenze pesanti.

Altri processi sono in corso, altre denunce in arrivo: abusi sessuali si sono verificati nella diocesi di Firenze, poi c’è la storia di Teo Pulvirenti, che ha raccontato delle violenze subita da ragazzino ad Acireale, in Sicilia; anche in questo caso, tuttavia, l’aspetto più grave emerso fino ad ora, è la copertura di cui ha goduto l’ennesimo prete abusatore seriale da parte di diversi vescovi. Il fatto è che la Chiesa italiana da questo orecchio non ci vuole sentire tanto che, nonostante le numerose richieste da parte della stampa, non ha mai voluto fornire un quadro completo della situazione: quanti sono i casi denunciati e accertati? cosa sta venendo alla luce di nuovo?.

“Abbiamo un rapporto preferenziale con il Vaticano e di questo parliamo direttamente con loro”, dicono regolarmente i vertici della Cei per giustificare una riservatezza che sconfina spesso nell’assenza di trasparenza. Del resto, un paio di anni fa, fu lo stesso Charles Scicluna, procuratore di giustizia della Congregazione per la dottrina della fede e uomo incaricato dal Papa di seguire i processi a livello mondiale, a dire che sì, in Italia “c’era una certa cultura del silenzio”. Di recente ha parlato di “una consapevolezza crescente” fra i vescovi italiani, ma evidentemente, resta della strada da fare. Curiosamente, in ogni caso, la Chiesa locale che vede il Papa come suo primate, non ha aderito – se non obtorto collo – a un impegno che ha qualificato in modo sensibile il pontificato di Benedetto XVI.

Ancora alla metà di marzo, la Civiltà cattolica, la rivista dei gesuiti che riceve il ‘visto’ della Segreteria di Stato, precisava: “Il messaggio che soprattutto si tiene a far percepire chiaramente è che le vittime, la verità e la giustizia sono le priorità, e che la Chiesa non deve attendere un nuovo scandalo per iniziare ad affrontare il problema degli abusi”. Già. Resta infine un problema. La Cei si è sempre opposta al principio dell’obbligo di denunciare all’autorità giudiziaria i casi di abuso di cui venissero a conoscenza i vescovi. La ragione addotta è che non è previsto dall’ordinamento italiano; bisognerà vedere allora in quali termini “la collaborazione con le autorità civili” – pure richiesta dalla Santa Sede – sarà resa operativa dalla Cei.

La Convenzione di Lanzarote, adottata dal Consiglio d’Europa il 12 luglio 2007, è il primo strumento a livello internazionale che considera reati le diverse forme di abuso sessuale commesse in danno di bambini e adolescenti con l’utilizzo della forza o delle minacce. Il governo italiano, allora guidato da Prodi, è stato tra i primi a sottoscriverla, il 7 novembre dello stesso anno. Poche settimane più tardi, per dar forza a quella importante decisione, i ministri delle Politiche per la famiglia, dell’Interno, della Giustizia e per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica Amministrazione (rispettivamente, Rosy Bindi, Clemente Mastella e Luigi Nicolais) hanno siglato i protocolli d’intesa per la creazione dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile dotandolo di Ciclope, una banca dati che, una volta a regime, avrebbe dovuto costituire «una fonte autorevole e scientificamente attendibile di dati completi e confrontabili». Uno strumento necessario alle forze dell’ordine nel loro lavoro di prevenzione e monitoraggio e contrasto della pedofilia e pedopornografia. Nei piani dei tre dicasteri c’era infatti l’obiettivo di non disperdere il patrimonio informativo e informatizzato già presente nell’ambito delle diverse amministrazioni, avvalendosi della collaborazione scientifica del centro nazionale di Documentazione e di analisi per l’infanzia e l’adolescenza, e tramite il «coinvolgimento di esperti del Sistema informativo interforze del Ministero dell’Interno e del Sistema informativo di gestione dei Registri penali del Ministero della Giustizia». Ebbene, a oggi, nemmeno lo stanziamento di almeno otto milioni di euro a favore Osservatorio, nell’ambito delle assegnazioni al Fondo per le politiche della famiglia (fondo che nel 2010 ha ricevuto 185 milioni di euro), è riuscito a far transitare un solo file nei suoi archivi.

Ciclope, insomma, non funziona. C’è ma non si vede, e soprattutto, non ci vede. Lo ha confermato don Fortunato di Noto, fondatore dell’associazione Meter e membro del comitato scientifico di Ciclope, interpellato da Cronache Laiche nell’ambito del simposio internazionale “Verso la guarigione e il rinnovamento” organizzato dalla Santa Sede all’Università Gregoriana di Roma nel febbraio scorso. Il disinteresse delle istituzioni, o peggio, il finto interesse nei confronti dei crimini pedofili, purtroppo non si ferma qui. Affinché le indicazioni contenute nella Convenzione di Lanzarote diventino operative non basta la firma del governo. Occorre che il parlamento voti la legge di ratifica. Ebbene, questa norma viene rimpallata da quattro anni tra Camera e Senato (dove attualmente si trova) senza essere mai approvata. Un fatto inspiegabile poiché essa contiene tra le altre misure, il raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso, l’introduzione del reato di apologia della pedofilia, l’inasprimento delle pene e cosiddetto grooming cioè l’adescamento dei bambini attraverso internet.

In questi giorni di due anni fa si celebrava in Italia la II Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia. Tra le tante iniziative messe in campo, quella senza dubbio più incisiva portava la firma del Telefono Azzurro onlus. L’incipit dello sconvolgente Dossier pedofilia reso pubblico per l’occasione citava così: «La pedofilia è un fenomeno che la società tende a rimuovere». L’associazione guidata da Ernesto Caffo apriva così uno squarcio sprofondo sulla realtà di un fenomeno che nel nostro Paese appare ancora troppo poco indagato. Le parole che introducono il documento pesano ancora oggi come pietre: «Rispetto a Stati come Francia e Inghilterra, dove il numero ufficiale di minorenni vittime di abusi sessuali è superiore, nel nostro Paese è presumibilmente molto alto il numero di casi di pedofilia che non vengono denunciati. In Italia, infatti, la situazione è ancora frammentaria: mancano un sistematico monitoraggio e una reale condivisione di dati tra organismi istituzionali e associazioni di volontariato. In assenza di una banca dati a livello nazionale che permetta una rilevazione omogenea e un monitoraggio della casistica, i dati disponibili sono pochi e non esaustivi. Passa così l’idea, nell’opinione pubblica, che si tratti di un fenomeno circoscritto a determinati ambiti che di volta in volta finiscono alla ribalta della cronaca (come la scuola o la Chiesa), o specifiche realtà di degrado sociale. Mentre i dati ci dicono chiaramente che si tratta di un fenomeno pervasivo, che purtroppo è presente in tutti i contesti nei quali siano presenti bambini».

Oggi alla Camera, in occasione della IV Giornata contro la pedofilia e la pedopornografia, si svolge una conferenza alla quale parteciperanno tra gli altri il ministro di Grazia e Giustizia, Paola Severino, il ministro dell’Interno, Annamaria Cancellieri, il capo del dipartimento Pari Opportunità, Patrizia De Rose, il direttore della Polizia postale, Antonio Apruzzese, il Garante per l’Infanzia, Vincenzo Spadafora, e il preside dell’Istituto di Psicologia della Ponificia Università Gregoriana, padre Hans Zollner, coordinatore del simposio “Verso la guarigione e il rinnovamento”. Non esiste occasione migliore per riportare alla luce la questione della mancata ratifica parlamentare della Convenzione di Lanzarote. Non più tardi di due settimane fa, Spadafora, nel presentare proprio alla Camera la prima relazione annuale sui diritti (violati) dell’infanzia, dopo aver sciorinato dati agghiaccianti per un Paese civile, aveva ammonito senza mezzi termini: «È urgente ratificare la Convenzione». Chissà se anche oggi il suo appello – che, ci aspettiamo, rinnoverà – è destinato a cadere sciaguratamente nel vuoto. Staremo a vedere.

Federico Tulli [Cronache Laiche]

Il cardinale irlandese Séan Brady

Il vicepremier irlandese Eamon Gilmore ha chiesto le dimissioni del primate Séan Brady dopo un documentario della BBC che lo accusa di omertà su diversi casi di pedofilia

Oggi il vicepremier irlandese (e ministro degli Esteri) Eamon Gilmore ha chiesto le dimissioni del primate della Chiesa cattolica d’Irlanda, il cardinale Séan Brady, dopo il documentario “La vergogna della Chiesa Cattolica”, andato in onda martedì sera sulla BBC. Il documentario ha parlato di omertà e coperture su alcuni degli abusi sessuali commessi da religiosi della Chiesa d’Irlanda negli ultimi 50 anni. Il documentario si è concentrato soprattutto sulla figura di Brady, che, secondo l’accusa, avrebbe coperto gli abusi di Brendan Smyth, un prete cattolico irlandese colpevole di numerose violenze sessuali.

Le vicende al centro delle accuse risalgono al 1975. Quell’anno, Brady era un semplice prete e un insegnante nella contea di Cavan, in Irlanda, che venne inviato dal suo vescovo a far parte di un team d’indagine interna alla Chiesa irlandese sul caso di un religioso sospettato di diversi abusi, cioè Smyth. Secondo il documentario, nonostante evidenti prove di colpevolezza emerse durante l’inchiesta interna, la Chiesa cattolica non fece nulla per fermare Smyth che continuò ad abusare di altri bambini per almeno altri 13 anni. Secondo le inchieste della magistratura, Smyth, nato nel 1927, ha abusato di circa 100 bambini in 40 anni tra Irlanda del Nord, Irlanda e Stati Uniti, prima di essere arrestato a Belfast nel 1991. Alla fine, nel 1997, venne condannato a 12 anni di carcere, ma scontò solo un mese di pena, prima di morire.

L’accusa che viene fatta nel documentario è che nel 1975 Brady, essendo nel team di inchiesta della Chiesa, sapeva degli abusi di Smyth, confermati da almeno un paio di testimonianze di bambini violentati che avrebbero poi continuato a subire abusi. Brady sapeva perfino i nomi e gli indirizzi delle vittime, ma non avrebbe detto né fatto nulla negli anni per fermare Smyth. Ieri Brady si è difeso dicendo che il suo ruolo nell’inchiesta era quello di semplice “notaio”, cioè di scrivere testimonianze e altri documenti, ma non aveva alcun ruolo decisionale. Ha detto anzi di sentirsi “tradito” dalle autorità ecclesiastiche superiori che non avrebbero fatto nulla per fermare Smyth. Gilmore, invece, dice che Brady sarebbe stato complice della copertura fornita a Smyth, in quanto avrebbe dovuto parlare, per lo meno negli anni successivi.

Da alcuni mesi, i rapporti tra Irlanda e Chiesa cattolica sono ai minimi storici, dopo le ultime inchieste sui casi di abusi sessuali che hanno notevolmente danneggiato l’immagine della Chiesa. Secondo un religioso molto famoso in Irlanda, Brian D’Arcy, Brady avrebbe offerto le sue dimissioni da primate della Chiesa d’Irlanda già due anni fa, ma il Vaticano le avrebbe respinte. Lo scorso novembre, per protesta, l’Irlanda ha chiuso la sua ambasciata in Vaticano. La decisione era stata presa dopo la pubblicazione del cosiddetto Clyone Report, in cui era emerso che il Vaticano aveva cercato di coprire gli abusi avvenuti nella diocesi di Cloyne, in Irlanda, dal 1996 al 2009.

Fonte: Il Post

Leggi pure: Dublino val bene una messa

Don Riccardo Seppia nel 2011

Era stata un’inchiesta della procura di Milano sull’uso di dopanti e droghe in palestre e discoteche del capoluogo lombardo a portare in carcere, il 13 maggio 2011, don Riccardo Seppia, il parroco genovese condannato oggi a nove anni e sei mesi per violenza sessuale su minore e cessione di droga. I carabinieri del Nas controllando le intercettazioni si erano imbattuti nel sacerdote e ne era nato un nuovo filone d’indagine. La prima ordinanza che aveva mandato in carcere il parroco per violenza sessuale su minore e cessione di stupefacente era stata emessa del gip di Milano Maria Vicidomini. Pochi giorni dopo, con il passaggio dell’inchiesta a Genova, era seguita l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip genovese Annalisa Giacalone per tentata violenza sessuale, cessione di stupefacente, induzione alla prostituzione minorile e detenzione di materiale pedopornografico, accusa, quest’ultima per la quale il gup oggi lo ha però assolto. A mettere nei guai don Seppia erano state le sue relazioni con pusher del capoluogo lombardo, dove frequentava luoghi di appuntamenti gay, come la discoteca Illumined. Insieme alle richieste di droga gli investigatori avevano captato dichiarazioni che riguardavano i minori. In una conversazione don Seppia riferiva all’amico Emanuele Alfano, ex seminarista, anche lui indagato e in carcere, di avere baciato un chierichetto sedicenne. Il ragazzo aveva poi smentito che il bacio fosse avvenuto, Per quanto riguarda il chierichetto, risulta che don Seppia gli abbia telefonato piu’ volte e lo abbia raggiunto con messaggi, invitandolo a venire in parrocchia invece che ad andare a scuola. Si parla anche di ”pacche sul sedere”, ”carezza a una gamba”, ”abbracci”. I messaggi, diretti a maggiorenni, e conditi di bestemmie, sono impressionanti: tra i piu’ soft, quelli in cui si dice di volere ”avere dei ragazzini”, e poi, ”organizziamo orgia da me?”, ”conosci ragazzini”? ”ho voglia di porcate estreme”, ”hai trovato bambino”?. Secondo il legale di don Seppia, l’avvocato Paolo Bonanni spesso il parroco inviava messaggi a piu’ soggetti in completo stato di eccitazione derivante dall’assunzione di stupefacenti, senza probabilmente rendersi conto di cio’ che stesse scrivendo o facendo. Il sacerdote, in preda all’eccitazione sessuale e per il consumo di sostanze, iniziava a inviare messaggi e ad effettuare telefonate dal contenuto pornografico e blasfemo.

La vicenda di don Seppia ha segnato una svolta nel modo in cui la Chiesa affronta scandali come questi. Accusata in passato di scarsa trasparenza e di riluttanza ad ammettere i fatti, la gerarchia ecclesiastica in questa occasione stata fulminea. Il sacerdote e’ finito in carcere il 13 maggio, un venerdi’. La notizia e’ stata appresa sabato. Il giorno stesso l’arcivescovo di Genova (e presidente della Cei), cardinale Angelo Bagnasco, ha sospeso il parroco ed e’ andato nella sua chiesa, quella dello Spirito Santo, in via Calda, a Genova – Sestri Ponente, a celebrare la messa al suo posto. Nell’omelia, dicendo che la notizia era stata ”un fulmine a ciel sereno” e di essere venuto ”a condividere lo sgomento e il dolore del cuore, insieme alla vergogna e alla totale disapprovazione se le gravi accuse risultassero confermate” il cardinale aveva espresso ”sconcerto e dolore per la gravita’ dell’accaduto”, ”piena fiducia nell’operato della magistratura, fraterna vicinanza alle eventuali vittime e ai familiari, rinnovata solidarieta’ alla Comunita’ cristiana cosi’ dolorosamente provata.”

Fonte: Adnkronos