Archivio per agosto, 2011

Quello dei risarcimenti alle vittime degli abusi sessuali potrebbe rivelarsi un colpo da k.o. per le diocesi irlandesi, tanto che quelle più nell’occhio del ciclone stanno pianificando di mettere in vendita proprietà e immobili per far fronte alle richieste di danni e scongiurare il tracollo finanziario. Uno scenario che rispecchia in parte quello degli anni scorsi in alcune diocesi statunitensi, travolte dai debiti prodotti dallo scandalo pedofilia e costrette persino a dichiarare bancarotta. Nella diocesi di Cloyne – al centro dell’ultimo rapporto governativo su una serie di abusi e coperture dal 1996 al 2009, tale da innescare addirittura una crisi diplomatica tra Irlanda e Vaticano – è stato chiesto ai parroci di redigere liste di beni che possano essere ceduti per raccogliere fondi per gli indennizzi alle vittime. È l’Irish Independent a rivelare oggi l’iniziativa quasi disperata della piccola diocesi, situata nella Contea di Cork (sud-ovest dell’Irlanda), per mettere in salvo le proprie finanze. La diocesi sta anche progettando un tributo volontario delle parrocchie sui ricavi dalle future vendite di proprietà: il che significherebbe che le parrocchie, che di norma controllano autonomamente le proprie finanze, dovranno passare una parte degli introiti (si pensa al 6 per cento) alle casse generali della diocesi. Quest’ultima ha già’ ammesso di disporre di piccole proprietà residenziali disponibili per l’immediata cessione. Ma anche alle 46 parrocchie, anch’esse in possesso di immobili adatti alla bisogna, è stato chiesto di considerarne la vendita nel caso non fossero di stretta necessità. E se la decisione di vendere rimane rigorosamente in capo alle singole parrocchie, il metodo e’ stato individuato come il fattore chiave per rimettere in sesto le finanze diocesane. Peraltro il conto finale per i danni alle circa 40 vittime dei preti pedofili nella diocesi di Cloyne potrebbe essere nell’ordine dei milioni di euro. Dopo la pubblicazione il mese scorso del Cloyne Report, che chiamava pesantemente in causa anche le coperture da parte dell’ex vescovo John Magee – in passato segretario personale di ben tre Papi -, l’attuale amministratore apostolico monsignor Dermot Clifford, arcivescovo di Cashel e Emly, ha spiegato che potrebbero occorrere anni prima che le finanze diocesane si riprendano pienamente dalle conseguenze dello scandalo. E tra gli ostacoli c’è il fatto che a detenere le proprietà sono le parrocchie e quindi la decisione se vendere o no dovrà essere presa a livello locale. Non aiuta, poi, la crisi economica, che in alcune zone della Contea di Cork ha fatto precipitare il prezzo degli immobili anche del 50 per cento. Intanto, è imminente la consegna al governo di Dublino della risposta ufficiale della Santa Sede dopo le accuse al Vaticano successive alla pubblicazione del Cloyne Report. A fine luglio il nunzio apostolico monsignor Giuseppe Leanza (che peraltro ha già come sua nuova destinazione la nunziatura di Praga) eta stato richiamato a Roma «per consultazioni», fatto pressoché senza precedenti nella storia della diplomazia vaticana. La durezza della reazione di Dublino, dove si ipotizza anche una legge che obblighi i sacerdoti a rivelare eventuali casi di abusi appresi in confessionale, è stata giudicata eccessiva in Vaticano. E nei giorni scorsi anche il primate di tutta l’Irlanda, cardinale Sean Brady, ha detto pubblicamente che mettere in dubbio l’inviolabilità del segreto della confessione rappresenta una «sfida alla libertà religiosa» dei cattolici. (GR)

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Né negli Stati Uniti né in Italia, come qualcuno aveva supposto. Quando gliel’hanno chiesto, ha risposto: «No, non ero lì». John Magee era ed è in Irlanda, a Mitchelstown, nella contea di Cork. Vive in una casa messa a disposizione della parrocchia, come ha confermato lui stesso a un giornale irlandese. Magee è l’ex vescovo della diocesi di Cloyne, contea di Cork, al centro del rapporto uscito a metà luglio che riferisce su numerosi casi di abusi sessuali su minori compiuti da sacerdoti nel periodo dal 1996 al 2009, che lo stesso Magee avrebbe coperto. Un rapporto che ha provocato una bufera in Irlanda, polemiche al di fuori dei suoi confini e ha indotto il Vaticano a ritirare per consultazioni il nunzio nel Paese. Magee, che tra l’altro fu consigliere di tre papi, dopo i sospetti circolati su di lui, nel marzo 2009 chiese di essere sospeso a Benedetto XVI che accetto le sue dimissioni nel marzo 2010. Oggi l’edizione domenicale dell’Irish Independent annuncia: «Ecco il vescovo Magee», pubblicando una foto in cui l’ex vescovo di Cloyne appare con indosso un maglione con i tipici disegni irlandesi. L’Independent afferma di averlo «scovato» giovedì scorso. Lui ha accettato di farsi fotografare, ma non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Ha fatto sapere, però, tramite il fratello, che era con lui, di avere in preparazione un comunicato. Successivamente ha fatto avere al giornale una propria dichiarazione di cui il quotidiano riporta il testo. In esso Magee, richiama il comunicato già diffuso il giorno che il Rapporto Cloyne venne pubblicato riconoscendo «pienamente la responsabilità per l’incapacità della diocesi a gestire efficacemente le accuse sugli abusi sui minori. In quella dichiarazione – aggiunge – chiesi scusa alle vittime di tali abusi e anche oggi mi scuso senza riserve. Ho pubblicamente chiesto scusa alle vittime nella cattedrale di Cobh Cattedrale la vigilia di Natale del 2008. Desidero precisare che ho risposto a tutte le domande della Commissione d’inchiesta e le mie risposte sono sul registro pubblico, come parte del rapporto stesso. Non ho nulla da aggiungere alle risposte date in quell’occasione. Ho offerto le mie dimissioni a Sua Santità Papa Benedetto XVI e il 9 marzo 2010 sono state accettate. Sono un ex vescovo che vive in una casa gentilmente messa a disposizione per il mio uso nella parrocchia di Mitchelstown». (BOS)

Un dossier di 700 pagine documenta 45 casi. Un prete avrebbe abusato di oltre 100 bambini.La Chiesa Cattolica non può più continuare a mentire. Questo è il senso sottinteso nel Rapporto Murphy della Commissione di Dublino presentato il 26 novembre 2009 dal Ministro della Giustizia Dermot Ahern. In questi ultimi mesi nella capitale irlandese sono venuti a galla stupri e violenze pedofile a carico di molti preti cattolici. Un prete ha ammesso di aver abusato di oltre 100 bambini, un altro di aver violentato “un bambino ogni due settimane” nel corso di 25 anni di sacerdozio, un parroco denunciato per un caso ha confessato di averne compiuti altri sei. Violenze che la Chiesa ha coperto per decenni e che le forze dell’ordine han fatto finta di non notare. Violenze e stupri anche nelle scuole e nelle istituzioni per ragazzi “difficili” gestiti da ordini religiosi. “Quattro arcivescovi ossessionati dalla segretezza hanno protetto i responsabili e la loro reputazione ad ogni costo, mentre le autorità civili si voltavano dallaltra parte e concedevano limmunità alla Chiesa”, denuncia sempre il ministro della Giustizia Dermot Ahern. «I colpevoli di questi orribili crimini verranno perseguiti», ha promesso il ministro, per il quale le vittime di queste violenze «oggi possono dire, avevamo ragione, e siamo stati finalmente creduti». Lattuale arcivescovo, Diarmuid Martin ha offerto «personalmente ad ognuno dei superstiti scuse, dolore e vergogna per gli errori devastanti del passato», deplorando latteggiamento dei vertici ecclesiastici che coprirono le violenze: «Il male causato ai bambini non potrà mai essere riparato e nessuna scusa sarà mai sufficiente».  Su questa spinosa questione sta indagando da tre anni il giudice Yvonne Murphy, nello specifico ha cercato di capire cosa avvenisse in una delle più grandi diocesi d’Europa. Quello che ha raccolto è un dossier di 700 pagine che documenta 45 casi tra il 1975 e il 2004. «La reputazione della Chiesa veniva prima della protezione di bambini indifesi. L’unica preoccupazione era mantenere la segretezza, evitare scandali, salvaguardare i beni e il buon nome della Chiesa». Attualmente sono in causa gli arcivescovi McQuaid, Ryan, McNamara e il cardinale Connell che spinse per processi segreti secondo la legge canonica, conclusi con due preti a cui sono state revocate le cariche. Tutti gli altri sacerdoti pedofili al massimo subivano un trasferimento in altre parrocchie: nelle quali in molti casi, avevano modo di trovare nuove vittime.  (Fonte: Anticlericaledotnet)

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Irlanda: tutta la pedofilia della Chiesa cattolica (2)

 

Below is video/transcript of CNN’s coverage of the story I wrote about Friday: A report investigating three decades of the Dublin Diocese found that the diocese colluded with police to cover up sex crimes committed by priests, even after the Church had acknowledged the problem and was publicly stating its resolve to confront the institutional failings that facilitated the endemic abuse.

I was struck by two things in this report: One, the poignant truth of survivor Andrew Madden’s observation that the report, and its truth, is the closest thing to justice that many of the survivors of sexual assault by coddled priests will ever have. And two, the fact that the current Archbishop of Dublin doesn’t even come close to making any promise that such a thing will never happen again. There are apologies, yes. But an apology for a chosen course (as opposed to an apology for an accident, like stepping on a toe) is meaningless without resolve to make certain that the thing for which one is apologizing will not happen again in the future.

This was no accident. This was a deliberate and carefully orchestrated strategy to conceal the abuse of children. The archbishop cannot guarantee that no priest will ever abuse another child, but he sure as hell can guarantee that no known crimes committed by a priest in his diocese will be hidden by the Church again on his watch, that he will not actively seek to collude with the police to conceal sex crimes. 

How fucking dare he even say he’s sorry, without a promise he will do everything he can to ensure it will never, ever, happen again—with nothing but a polite request to “the priests of the diocese and the Parish Pastoral Councils to ensure that the wide reaching measures introduced into our parishes and organizations regarding the safeguarding of children are rigorously observed and constantly verified and updated.” How veryformal.

I’d be more impressed if he’d stop being so goddamn sorrowful and showed a little righteous fucking anger. I frankly don’t trust anyone in a position of power who doesn’t get visibly, demonstrably angry on behalf of the people who have been victimized by that power. Even Jesus got pissed—and over far less important shit than this.

And, for the record, I’ve known Catholic priests (those wacky Jesuits again!) who were good and goddamned pissed about this stuff, too. As anyone who really understands the scope and gravity of this conspiracy should be. Sue Saville, ITN Reporter, in voiceover: Cover-up, connivance, concealment were found in the Catholic Church and in its relationship with the authorities who should have been investigating allegations of child abuse. The Church was seen as being above the law, putting its own reputation before the protection of children, and being allowed to continue unchecked by a state fearful of scandal. The report covering thirty years in the diocese of Dublin found that four archbishops did not hand over information on abusers. One priest has admitted sexually abusing more than a hundred children. Some of those abused by priests gave their reactions to the report.  Andrew Madden, Survivor: This report is a shocking indictment on the Catholic Church and Dublin. Its publication may bring closure for some victims; it may also serve as the only justice some victims ever receive. But its publication, if not acted upon, will have been a wasted opportunity to raise standards of child protection in this country.  Marie Collins, Survivor: The institution came before the welfare of the children of this country, and all their denials are now proved to be false.  Saville, in voiceover: The Irish government has promised to bring pedophile priests to justice for these shocking crimes.  Dermot Ahern, Irish Minister of Justice: —as I read it, I felt a growing sense of revulsion and anger. Revulsion at the horrible, evil acts committed against young children. Anger at how those children were then dealt with, and how often abusers were left free to abuse.  Saville, in voiceover: The current archbishop of Dublin responded for the Catholic Church.  Diarmuid Martin, Archbishop of Dublin: I offer to each and every survivor my apology, my sorrow, and my shame for what happened. But I’m aware that no words of apology will ever be sufficient.  Saville, in voiceover: The Irish police say they’re deeply sorry for failing to protect children. The reputation of the Catholic Church in Ireland has been severely shaken. Sue Saville, ITV News. (Fonte: Anticlericaledotnet)

Rappresenta un fatto senza precedenti la pubblicazione online, da parte del Vaticano, dei documenti su un prete pedofilo americano per respingere le accuse contro la Santa Sede attualmente al centro di un’azione legale presso un Tribunale in Oregon: dai documenti risulterebbe che il Vaticano non era al corrente dei crimini, risalente al 1965, del sacerdote, successivamente ridotto allo stato laicale. La causa aperta nel Tribunale dell’Oregon è una delle iniziative del battagliero avvocato delle vittime Usa, Jeff Anderson, e si riferisce al caso del prete di origine irlandese Andrew Ronan – deceduto nel 1992 -, su un abuso compiuto nel 1965 su un diciassettenne a Portland. In precedenza il sacerdote era già stato coinvolto in episodi analoghi in Irlanda e a Chicago. La tesi di Anderson è che la Santa Sede, in qualità di «datore di lavoro», approvò il trasferimento internazionale dall’Irlanda a Chicago e poi a Portland di Ronan, rendendosi in questo modo corresponsabile degli abusi. La chiamata in causa del Vaticano fa leva anche sul fatto che nel giugno del 2010 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso di non prendere in esame e di rinviare ai singoli Tribunali, in questo caso quello dell’Oregon, la decisione se il Vaticano e i suoi vertici (compreso il Papa) debbano essere considerati civilmente responsabili delle azioni dei preti pedofili. Oggi, con una mossa del tutto inedita, la Santa Sede ha reso pubbliche, tramite il sito della Radio Vaticana, le carte sul caso Ronan. «Com’è noto – spiega l’emittente pontificia -, il tragico problema degli abusi sessuali ha causato critiche nei confronti della Santa Sede, spesso nella stampa, ma talvolta anche nella forma di azioni legali che cercano di dimostrare che la Santa Sede e’ corresponsabile degli abusi commessi. Uno di questi casi è la causa “Doe v. Holy See” (Anonimo contro Santa Sede, ndr), che è in corso davanti a un Tribunale statunitense di prima istanza nello Stato dell’Oregon». E a proposito dell’abuso compiuto da Ronan nel 1965 su un diciassettenne a Portland, aggiunge che «mentre la gran parte delle accuse presentate dagli avvocati della vittima sono già state ricusate, ne sono rimaste ancora due, riportate ripetutamente dalla stampa: cioè che la Santa Sede sapeva che Ronan era un abusatore, e che – pur sapendo di questo fatto – la Santa Sede lo trasferì da un luogo a un altro». Secondo la Radio Vaticana, queste «sarebbero naturalmente accuse molto gravi, se fossero vere. Ma, come apprendiamo dagli sviluppi del caso, queste accuse sono certamente non vere». E «per contribuire allo studio attento della materia da parte di chi lo desidera», oltre che «per aiutare il Tribunale statunitense a risolvere le questioni ancora aperte su questo caso», la Santa Sede rende pubblica oggi la documentazione su Ronan, «in particolare sulla sua dimissione dallo stato clericale». I documenti sono pubblicati sul sito della Radio Vaticana, a un preciso indirizzo (http://www.radiovaticana.va/pdf/documents_Doe_v_Holy_See.pdf), e «sono quindi a disposizione della consultazione pubblica». Oltre alla pubblicazione delle carte, c’e’ anche una dichiarazione dell’avvocato Jeffrey S. Lena, che rappresenta la Santa Sede nella causa, che sottolinea la falsità delle accuse contro il Vaticano. Lena nota come i documenti rilasciati dimostrino che la Santa Sede venne informata sul grave comportamento di Ronan solo dopo il caso di abuso in questione, e che non fu mai coinvolta in alcun trasferimento di Ronan. Il legale definisce «calunniose» le accuse contro il Vaticano e afferma che i legali della vittima, che hanno insistito in queste accuse, hanno «ingannato il pubblico» e «abusato del sistema legale». Commentando la questione con la Radio Vaticana, Lena afferma poi che «mentre il sistema giudiziario talvolta opera lentamente, questi documenti potranno contribuire ad una conclusione più rapida del caso». Aggiunge infine che la pubblicazione oggi di queste carte dovrebbe «calmare quelle persone che sono fin troppo pronte a rilasciare commenti sensazionali e non equilibrati, senza preoccuparsi di una conoscenza adeguata dei fatti». (Fausto Gasparroni)

Il Vaticano pubblica on-line alcuni documenti sul caso di Andrew Ronan, un prete dell’Oregon accusato di abuso sessuale su un ragazzo nel 1965, dai quali emerge che la Santa Sede non era a conoscenza del crimine commesso dal sacerdote. Ne da’ notizia la Radiovaticana, citando le azioni legali con cui si cerca «di dimostrare che la Santa Sede è corresponsabile degli abusi commessi». Uno di questi casi, riferisce l’emittente pontificia, è la causa “Doe vs Holy See”, che è in corso davanti a un Tribunale statunitense di prima istanza nello Stato dell’Oregon. Il caso riguarda un sacerdote religioso, Andrew Ronan, che nel 1965 compì un abuso nei confronti di un diciassettenne a Portland, nell’Oregon. Mentre la gran parte delle accuse presentate dagli avvocati della vittima sono già state ricusate, ne sono rimaste ancora due, riportate ripetutamente dalla stampa: cioè che la Santa Sede sapeva che Ronan era un abusatore, e che – pur sapendo di questo fatto – lo trasferì da un luogo a un altro. Sarebbero naturalmente accuse molto gravi, se fossero vere. «Ma, come apprendiamo dagli sviluppi del caso, – rimarca la Radio – queste accuse sono certamente non vere». (Chr)

Padre Federico Lombardi, capo della Sala stampa vaticana

L’ultimo rapporto sulla pedofilia irlandese sta mettendo in seria difficoltà il Vaticano, che deve risponderne allo stesso governo

Federico Tulli    [Cronache Laiche, 13 ago 2011]

Da enclave del cattolicesimo romano nel meltin’ pot culturale britannico a pericolosa bomba a orologeria. L’Irlanda, profondamente segnata dalla dolorosa storia di pedofilia nel clero, sta creando non pochi grattacapi ai piani alti di Città del Vaticano. È qui che da una decina di giorni si lavora alacremente per formulare una convincente risposta ufficiale della Santa Sede alle pesanti accuse di scarsa collaborazione con la polizia lanciate dal premier irlandese, Enda Kenny. Risposta che il governo di Dublino si aspetta entro la fine di agosto ma che potrebbe arrivare anche a ridosso di Ferragosto perché il Vaticano ha tutto l’interesse a tentare di ricucire al più presto lo strappo diplomatico con il fido alleato in terra anglicana.

Pietra dello scandalo, come si ricorderà, è il Rapporto d’indagine sulla diocesi di Cloyne pubblicato il 13 luglio scorso, che ha fatto luce sugli abusi compiuti da 19 sacerdoti tra il 1996 e il 2009, con 40 vittime accertate, e sulle relative coperture che chiamano in causa l’allora vescovo John Magee, ex segretario degli ultimi tre Papi che hanno preceduto Benedetto XVI. Secondo il rapporto, Magee, a capo della diocesi di Cloyne dal 1987, non ha mai adottato alcuna misura per risolvere il problema che emergeva dalle denunce finite sul suo tavolo, esponendo così le vittime a nuovi abusi. I magistrati irlandesi hanno verificato inoltre che il suo comportamento era coerente con gli ordini del Vaticano che nel 1997 aveva inviato un documento ai vescovi dell’isola britannica in cui si ricordava loro di non denunciare i casi di pedofilia alla polizia e di gestirli “internamente”.

Questa la storia, ora brevemente la cronaca delle scorse settimane. Di fronte a prove inoppugnabili il primo ministro non ha usato mezzi termini: «Il rapporto della commissione ha evidenziato il tentativo della Santa Sede di bloccare un’inchiesta in uno Stato sovrano, democratico e Repubblica non più di tre anni fa, non trent’anni fa». E poi ancora, in un drammatico discorso pronunciato il 20 luglio davanti alla camera Bassa: «Il Rapporto Cloyne fa emergere la disfunzione, la disconnessione e l’elitarismo che dominano la cultura del Vaticano. Lo stupro e la tortura di bambini sono stati minimizzati per sostenere, invece, il primato delle istituzioni, il suo potere e la sua reputazione». Sebbene si trattasse del quarto Rapporto irlandese in sei anni che giungeva alle stesse conclusioni sia riguardo la reiterazione dei crimini sia riguardo la reticenza dei vescovi locali e delle gerarchie di Roma di fronte alle inchieste governative, la sdegnata reazione di Kenny (appoggiato senza tentennamenti dal Parlamento) ha colto di sorpresa la Santa Sede.

All’accusa di colpevole inerzia segue infatti una piccata replica ufficiale per bocca di padre Lombardi, direttore della sala stampa vaticana: «La Santa Sede risponderà opportunamente alla domanda posta dal Governo irlandese a proposito del Rapporto sulla diocesi di Cloyne». Siamo al 22 luglio, e Lombardi “invita” Dublino «a dibattere la vicenda con la massima obiettività». Tre giorni dopo con una mossa che ha pochissimi precedenti nella storia, il 25 luglio la Segreteria di Stato vaticana richiama a Roma il nunzio apostolico in Irlanda, monsignor Giuseppe Leanza, ufficialmente per consultazioni in merito al Rapporto Cloyne. In qualità di ambasciatore può contribuire alla redazione della risposta richiesta da Dublino. Risposta che però molto probabilmente non sarà lui a recapitare. Il 28 luglio l’Irish Times scrive che Leanza sarà trasferito a breve presso l’ambasciata vaticana in Repubblica Ceca. Secondo il quotidiano irlandese lo stesso nunzio è stato duramente criticato da Dublino perché avrebbe ostacolato le indagini della commissione incaricata di preparare il Rapporto Cloyne, richiedendo che ogni comunicazione passasse attraverso i canali diplomatici ufficiali.

Giova ricordare che identiche accuse colpirono anche il predecessore di Leanza, Giuseppe Lazzarotto. Nel febbraio 2007, mentre indagava su presunti abusi compiuti nell’isola da parte di sacerdoti cattolici la magistrata Ivonne Murphy (da qui il Rapporto Murphy del 26 novembre 2009) richiese una serie di informazioni all’allora ambasciatore vaticano a Dublino. Richieste, scrive l’Irish Times, sistematicamente ignorate. Da Lazzarotto Murphy voleva tutti i documenti rilevanti in suo possesso, ma non ottenne risposta. Non ci fu risposta neanche alla richiesta di commento al Rapporto, estratti del quale furono inviati al Nunzio prima della pubblicazione, visto che menzionavano il suo ufficio. Il 22 dicembre 2007, nel pieno dell’inchiesta, Lazzarotto viene improvvisamente nominato Nunzio apostolico in Australia. Al suo posto subentra monsignor Giuseppe Leanza. Il quale ora lascerà, se l’indiscrezione dell’Irish Times è confermata. Ovviamente la scelta che farà la Segreteria di Stato è cruciale. Per recuperare la credibilità perduta agli occhi degli irlandesi e non solo, il Vaticano non può limitarsi a spostare pedine e a promettere tolleranza zero. Questo direbbe il buon senso. La lunga storia dei crimini pedofili nell’ambito del clero cattolico dice però che alla fine la “ragion di Stato” prevale sempre sul senso di giustizia (terrena…). Pertanto non è azzardato ipotizzare che anche questa volta la toppa della Santa Sede sarà peggiore del buco, ma solo per chi guarda la vicenda dall’ottica delle vittime e dei loro familiari.