Costretto dagli scandali che dilagano in tutto il mondo, il Vaticano ha stilato delle linee guida contro la pedofilia alle quali entro il 2012 le conferenze episcopali si dovranno adeguare . Gesto di facciata ma poco di sostanza visti i contenuti

Federico Tulli [Cronache Laiche 25 mag 2011]

A Genova Sestri, le intercettazioni del presunto pedofilo don Riccardo Seppia mentre chiede al suo pusher di trovargli cocaina e bambini di 10 anni. A Città del Vaticano, le linee guida contro la pedofilia nel clero emesse dalla Congregazione per la dottrina della fede, la quale intima alle conferenze episcopali di tutto il mondo di adeguarsi alle Nuove norme (entro il 2012) ma evita di obbligare i vescovi a denunciare presunti reati alle autorità civili, limitandosi a ricordare loro di attenersi alla legge degli Stati in cui risiedono. In Olanda il delegato dei salesiani, Herman Spronck, che afferma: «Personalmente non condanno a priori le relazioni tra adulti e bambini», nel commentare la vicenda di padre Van B., membro attivo e militante di un’associazione che propugna la liberalizzazione della pedofilia e la depenalizzazione dei rapporti sessuali con minorenni. Negli Stati Uniti uno studio del John Jay College of Criminal Justice di New York durato cinque anni e costato alla Conferenza dei vescovi Usa 1,8 milioni di dollari, dal titolo: “Le cause e il contesto di abuso sessuale di minori da parte di preti cattolici negli Stati Uniti, 1950-2002”, una ricerca che in sostanza individua quale colpevole della pedofilia nel clero il Sessantotto e la cosiddetta rivoluzione sessuale, perché in quegli anni vi fu un picco di stupri. Sullo sfondo di tutto ciò le dichiarazioni dell’arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, Angelo Bagnasco, che definisce «un dolore improvviso e inatteso» l’arresto di don Seppia, smentito (almeno a parole) dal primo parroco di costui che in un’intervista dice: già 17 anni fa «la Curia sapeva tutto».

Per la Chiesa cattolica quella che si è appena conclusa non è di certo una settimana memorabile. La superficialità, l’indifferenza, la confusione con cui viene trattato il tema degli abusi su minori provocano un’inevitabile disarmonia tra la realtà dei fatti e le intenzioni di pulizia etica e morale, o come si dice oggi di “tolleranza zero”. Superficialità, indifferenza e confusione, con buona pace della Conferenza episcopale americana e delle conclusioni riportate nello studio del John Jay College, non caratterizzano unicamente gli ultimi 50 anni di storia vaticana, con picchi a fine anni Sessanta, ma attraversano una bella fetta di storia della Chiesa.

Sono solo 10 anni scarsi che sradicare la pedofilia dagli ambienti ecclesiastici rappresenta (almeno a parole) una delle priorità per i gerarchi della Chiesa cattolica. Nei circa 2mila anni precedenti, nessuno mai ha perso tempo a cercare i criminali all’interno o, come nel caso americano, all’esterno della struttura ecclesiale. Semplicemente perché compiere abusi sessuali su minori è sempre stato un peccato emendabile con la confessione e il pentimento.

Dal 305, anno in cui al concilio di Elvira per gli «stupratores puerorum» si stabilisce la “sanzione” del rifiuto della comunione, al 1550 con papa Giulio III, la storia documenta 17 pontefici pedofili. Rapporti con bambini e adolescenti vissuti pubblicamente che non hanno pregiudicato loro la possibilità di sedere sul Trono di Pietro. E nemmeno di essere proclamati santi, come è capitato a Damaso I (366-384). Tutti antesignani di Woodstock? Osiamo dire di no. Nei successivi 400 anni la pedofilia scompare dalle cronache (memorabili quelle di Pietro l’Aretino) ma rimane un delitto contro la morale. Accade infatti che nel 1559, Paolo IV per sottrarre la Chiesa dalle accuse di scarsa coerenza morale mosse dai protestanti seguaci di Lutero, leva ai tribunali ecclesiastici ordinari le cause contro i presunti rei di “atti sessuali con minori” e le affida al Sant’Uffizio dell’Inquisizione dove tutto si svolge in gran segreto. Secondo la teoria cara allo storico Adriano Prosperi, affondano in questa svolta che oggi i ben pensanti direbbero dovuta a “ragion di Stato”, le radici del sistematico insabbiamento delle colpe del clero. Indagini e processi affidati a un’autorità speciale, che si concludono quasi sempre con una reprimenda e l’invito a pregare e a redimersi, si rivelano manna per chi non si fa scrupoli di violentare dei minori.

Così è stato anche dopo la fine dell’Inquisizione. Lo testimoniano i fatti venuti alla luce nel 2001 negli Stati Uniti e nel 2009-2010 in Europa. Decine di migliaia di crimini compiuti nel mondo da migliaia di sacerdoti e suore cattoliche lungo il Novecento, grazie alla “copertura” garantita da due leggi in cui si ribadisce il vincolo di segretezza imposto da Paolo IV. Recano lo stesso titolo, Crimen sollicitationis, e sono state emanate nel 1922 da Pio XI, e nel 1962 da Giovanni XXIII. L’esistenza di quest’ultima rimane ignota fino al 2002, quando un avvocato americano, Daniel Shea, entra in possesso del De delictis gravioribus, un documento anch’esso segreto emesso nel 2001 da Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che rifacendosi al motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela di Giovanni Paolo II rinnova i punti cardine del Crimen. Questa nuova svolta ci porta direttamente all’oggi. Perché è grazie all’uscita forzosa dal cono d’ombra, delle “regole” adottate dalla Santa Sede per gestire i casi di pedofilia, che prima le vittime americane e poi quelle europee hanno trovato il coraggio di denunciare i propri carnefici alle autorità civili. E la Chiesa di Roma ha dovuto cambiare radicalmente strategia, per preservare la propria immagine pubblica pur continuando a gestire dietro le alte Mura Leonine i propri affari più scabrosi. La linea della “tolleranza zero” (annunciata da Benedetto XVI dopo gli scandali irlandesi) sembra ispirare i tecnicismi della recente Lettera circolare emessa dall’ex Sant’Uffizio “per aiutare le Conferenze episcopali nel preparare Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale”. Va detto che a una prima lettura appare evidente l’intenzione di responsabilizzare maggiormente i vescovi. Peraltro, comportamenti che in altri contesti sembrerebbero normali qui devono essere messi nero su bianco. Ad esempio il Punto IIIb ricorda che «la persona che denuncia il delitto deve essere trattata con rispetto». Nel complesso è poi da giudicare positivamente il fatto che una Lettera del genere sia stata resa pubblica e soprattutto che in essa per la prima volta compaia la parola “crimine“.

L’abuso, si legge nel testo, rimane un «delitto canonico», ma è anche un «crimine» perseguito dalle autorità civili. Una precisazione che ha tutta l’aria di costituire un’apertura all’esterno, un ponte verso il dialogo con le leggi “terrene”, per mettere dopo 500 anni la parola fine sull’omertà delle gerarchie e la copertura dei sacerdoti pedofili. Ma è davvero così? Non proprio. Dice il punto IIIg: «Le Linee guida devono tener conto della legislazione del Paese della Conferenza, in particolare per quanto attiene all’eventuale obbligo di avvisare le autorità civili». In Italia, ad esempio, questo dovere vige per i pubblici ufficiali. Pertanto, il preside di una scuola nel caso in cui venga a conoscenza di un presunto crimine subito da un alunno deve darne notizia a polizia o carabinieri. Mentre un bidello, nella stessa situazione, può anche non farlo. Lo stesso vale per un vescovo o un sacerdote: non essendo pubblici ufficiali hanno la facoltà di informare le autorità civili riguardo un eventuale reato di cui vengono a conoscenza. L’obbligo (per tutti) semmai è morale.

Ecco, a proposito di morale, un caso come quello deflagrato a Sestri dovrebbe essere scoperto, anche dopo queste “nuove” linee guida, dalle autorità civili. Come del resto è avvenuto, grazie all’intercettazione di un pusher.

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