La Santa Sede vara le linee guida della “tolleranza zero” contro la pedofilia nel clero. Una storia già vista

Federico Tulli

Per 1.250 anni sradicare la pedofilia dagli ambienti ecclesiastici non è di certo stato una priorità per i gerarchi della Chiesa cattolica. Dal 305, anno in cui al concilio di Elvira per gli «stupratores puerorum» si stabilisce la “sanzione” del rifiuto della comunione, al 1550 con papa Giulio III, la storia documenta 17 pontefici pedofili. Rapporti con bambini e adolescenti vissuti alla luce del sole che non hanno pregiudicato loro la possibilità di sedere Trono di Pietro. E nemmeno di essere proclamati santi, come è capitato a Damaso I (366-384). Nei successivi 400 anni la pedofilia rimane un delitto contro la morale, ma scompare dalle cronache. Accade infatti che nel 1559, Paolo IV per sottrarre la Chiesa dalle accuse di scarsa coerenza etica e morale mosse dai protestanti di Lutero, leva ai tribunali ecclesiastici ordinari le cause contro i presunti rei di “atti sessuali con minori” e le affida al Sant’Uffizio dell’Inquisizione dove tutto si svolge in gran segreto. Secondo la teoria cara allo storico Adriano Prosperi, affondano in questa svolta che oggi i ben pensanti direbbero dovuta a “ragion di Stato”, le radici del sistematico insabbiamento delle colpe del clero. Indagini e processi affidati a un’autorità speciale, che si concludono quasi sempre con una reprimenda e l’invito a pregare e a redimersi, si rivelano manna per chi non si fa scrupoli di violentare dei minori. Così è stato anche dopo la fine dell’Inquisizione. Lo testimoniano i fatti venuti alla luce nel 2001 negli Stati Uniti e nel 2009-2010 in Europa. Decine di migliaia di crimini compiuti nel mondo da sacerdoti e suore cattoliche lungo il Novecento, grazie alla “copertura” garantita da due leggi in cui si ribadisce il vincolo di segretezza imposto da Paolo IV. Recano lo stesso titolo, Crimen sollicitationis, e sono state emanate nel 1922 da Pio XI, e nel 1962 da Giovanni XXIII. L’esistenza di quest’ultima rimane ignota fino al 2002, quando un avvocato americano entra in possesso del De delictis gravioribus, un documento segreto emesso nel 2001 da Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, che rifacendosi al motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela di Giovanni Paolo II ne rinnova i punti cardine. Questa nuova svolta ci porta direttamente all’oggi. Perché è grazie all’uscita forzosa dal cono d’ombra, delle “regole” adottate dalla Santa Sede per gestire i casi di pedofilia, che prima le vittime americane e poi quelle europee hanno trovato il coraggio di denunciare i propri carnefici alle autorità civili. E la Chiesa di Roma ha dovuto cambiare radicalmente strategia, per preservare la propria immagine pubblica pur continuando a gestire dietro le alte Mura Leonine i propri affari più scabrosi. La linea della “tolleranza zero” (annunciata da Benedetto XVI dopo gli scandali irlandesi) sembra ispirare i tecnicismi della recente Lettera circolare emessa dall’ex Sant’Uffizio «per aiutare le Conferenze episcopali nel preparare Linee guida per il trattamento dei casi di abuso sessuale». È davvero così? L’abuso, si legge nel testo, rimane un «delitto canonico», ma – e qui c’è una novità – è anche un «crimine» perseguito dalle autorità civili. Dunque, un’apertura all’esterno che dopo 500 anni mette la parola fine sulle coperture dei pedofili? Ma nemmeno per sogno. Punto IIIg: «Le Linee guida devono tener conto della legislazione del Paese della Conferenza, in particolare per quanto attiene all’eventuale obbligo di avvisare le autorità civili». In Italia, ad esempio, un vescovo non è obbligato a denunciare un reato di cui viene a conoscenza. Un caso come quello appena scoppiato a Sestri dovrebbe essere scoperto, anche dopo queste “Nuove” linee guida, dalle autorità civili. Come del resto è avvenuto.

left 20/2011

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