La pedofilia nel clero torna a far notizia con un dossier firmato dalla Conferenza episcopale italiana e pubblicato sul sito de l’Avvenire

Federico Tulli * Cronache laiche

Tra i pochi giornalisti italiani che il 31 ottobre 2010, a Roma, hanno seguito insieme a chi scrive la manifestazione internazionale organizzata da Survivors voice, che ha riunito sulla linea di confine tra l’Italia e Città del Vaticano numerose associazioni italiane e straniere di vittime di preti pedofili, c’era anche la fotografa Silvia Amodio. Dopo la conferenza stampa che si è tenuta alla sede dei Radicali italiani, Silvia ha allestito un set dove ha ripreso molti protagonisti dell’evento. Il risultato è una galleria di ritratti unica al mondo. Mai prima di allora un(a) giornalista aveva deciso di raccontare il dramma della pedofilia nel clero attraverso i volti di chi questo crimine lo ha subito sulla propria pelle. Con rigore ed estrema professionalità, Silvia è riuscita a restituire a queste persone la cosa che più di ogni altra coraggiosamente rivendicano. Che poi è il motivo per cui avevano deciso di riunirsi a pochi passi da Città del Vaticano (dove non li hanno fatti entrare): uscire «fuori dall’ombra» in cui la propaganda della Senta sede li ha ricacciati con le scuse in serie (o seriali) pronunciate da Benedetto XVI negli ultimi dodici mesi. Parole lucide, calcolate, quelle del papa, alle quali non sono seguiti dei fatti concreti in termini soprattutto di prevenzione dei crimini pedofili negli oratori, nei seminari, nelle scuole a gestione cattolica.

Il messaggio, indignato, dignitoso, dovuto, che i Sopravvissuti chiedevano di recapitare a Benedetto XVI il 31 ottobre scorso, è scolpito nei loro volti. E attende una risposta. Il servizio fotogiornalistico della Amodio è uscito con il numero di febbraio del mensile Marie Claire. Un applauso all’intelligenza di questa testata che ha avuto il coraggio di metterlo in pagina. Perché? Semplice. Da quando il papa ha chiesto scusa (o meglio, pronuncia scuse…) per i “peccati” commessi dai sacerdoti e coperti dalle gerarchie (di cui ha fatto e fa ancora parte), tra i media nazionali è piuttosto diffusa la convinzione che la pedofilia nella Chiesa cattolica sia un problema risolto, che quindi non fa più notizia. Nessuno, però, che si sia preso la briga di chiedere alle vittime cosa ne pensassero di queste scuse. Non un sopracciglio si è alzato Oltretevere nemmeno dopo che all’inizio dell’anno la Repubblica e Il Fatto quotidiano hanno pubblicato una lettera spedita da Malta in Vaticano, nella quale alcune vittime di sacerdoti pedofili chiedevano a Benedetto XVI giustizia per le violenze subite. «Perché – scrivono – la Chiesa di Malta protegge ancora questi scandali? Perché i preti hanno ammesso nel 2003 e tutto va avanti come se non fosse successo niente?». E ancora: «Stiamo ancora soffrendo e siamo senza giustizia dopo sette anni. Per favore, ci aiuti Lei, la preghiamo molto». Silenzio tombale. Fino al primo marzo, giorno in cui “miracolosamente” la pedofilia ritorna a far notizia con un dossier firmato dalla Conferenza episcopale italiana e pubblicato sul sito de l’Avvenire.

«Oggi, i riflettori sullo scandalo pedofilia sono di nuovo spenti (anzi spentissimi)» scrive il direttore del giornale dei vescovi Marco Tarquinio nel presentare il documento. «E a misurarsi senza lesinare energie con il feroce e avido mostro dello sfruttamento sessuale dei più piccoli sono rimasti un gruppo di poliziotti e di uomini della legge, i soliti volontari e proprio quei preti e quegli uomini e quelle donne di Dio che erano stati messi “in blocco” nel mirino». Seguono i numeri agghiaccianti diffusi dalle agenzie delle Nazioni Unite relativi alla tratta e alla riduzione in schiavitù di bambini e alla pedopornografia, un’intervista al mago Zurlì, due speciali sul “turismo” pedofilo in Brasile e Thailandia, e una pagina dal titolo “Rigore e impegno. La Chiesa in campo”. Non è curioso che un dossier della Cei citi un report dell’Unicef nonostante il Vaticano sia uno dei pochi Paesi al mondo a non aver sottoscritto la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia? Perché non l’ha firmata? Pur non aderendo all’Onu, è risaputo che una firma avrebbe impegnato “moralmente” lo Stato vaticano a chiudere migliaia di seminari per minori sparsi nel mondo o quanto meno a squarciare il velo di omertà che copre tutto ciò che succede in questi istituti, dove, come ha denunciato più volte anche don Fortunato di Noto, si consuma buona parte dei crimini pedofili di matrice clericale. Ma andiamo oltre, evidenziando una tra le tante perle incastonate nella pagina del dossier costruita per completare l’opera di pulizia esteriore avviata nel 2010 con la lettera pastorale agli irlandesi di Benedetto XVI. La perla porta la firma prestigiosa di Mario Cardinali: «La Chiesa cattolica è forse l’organismo che più di ogni altro negli ultimi anni si è sforzata di combattere al proprio interno il triste fenomeno degli abusi sessuali nei confronti di minori perpetrati da sacerdoti o religiosi. E in questo un ruolo di primo piano lo ha avuto Joseph Ratzinger, dapprima come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e poi come Pontefice». Non c’è dubbio, Ratzinger ha avuto un ruolo di primo piano nell’“affaire pedofilia”.

Nel 2003 era lui il magistrato che avrebbe dovuto giudicare i criminali cui fanno riferimento le vittime maltesi nella loro lettera. E nell’aprile del 2008 era sempre lui il pontefice che ha ricevuto a New York in colloquio privato uno dei fondatori di Survivors voice, Bernie McDaid, promettendo una risposta concreta della Chiesa alle istanze delle vittime. Due anni e mezzo dopo McDaid era in piazza di fronte al Vaticano per chiedere conto di quella promessa. «La polizia ha censito seicentomila bambini e bambine (di ogni parte del mondo) brutalizzati, venduti e comprati anche attraverso siti internet pedopornografici – conclude il direttore Tarquinio nel suo articolo. Appena seicento di questi piccoli sono stati salvati. Insomma, solo uno su mille ce la fa. È un numero che a noi toglie il sonno. Eppure il mondo dorme. Svegliamolo». Dev’essere un caso di sonnambulismo editoriale.

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