L'arcivescovo di Santiago, Ricardo Ezzati, con il presidente cileno Sebastiàn Piñera

Mauro Castagnaro * Jesus n. 2/2011

Il 15 gennaio ha fatto il proprio ingresso nell’arcidiocesi di Santiago del Cile monsignor Ricardo Ezzati, già arcivescovo di Concepción e nuovo primate della Chiesa cilena. Sulla carta la sua nomina avrebbe dovuto essere scontata, avendo egli collaborato con l’uscente ordinario, il cardinale Francisco Erràzuriz, nella Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica dal 1991 al 1996 e come ausiliare di Santiago dal 2001 al 2006. Tuttavia nel 2008, all’approssimarsi del 75° compleanno del porporato, molte personalità ecclesiastiche e civili ultraconservatrici si erano mosse affinché suo successore fosse designato monsignor Juan Gonzàlez, vescovo di San Bernardo e membro dell’Opus Dei. Il settore progressista della Chiesa cilena aveva però reagito, giudicando una simile nomina fonte di divisione, anche perché monsignor Gonzàlez, prima di entrare in seminario, aveva collaborato con la dittatura militare nell’ufficio incaricato delle relazioni con la Chiesa. La terna presentata a Roma dal nunzio comprendeva perciò, oltre a monsignor Ezzati, il presidente della Conferenza episcopale, monsignor Alejandro Goic, vescovo di Rancagua, e monsignor Felipe Bacarreza, ordinario di Los Angeles. Ma se contro Goic giocava l’età (71 anni), la candidatura di Bacarreza aveva subito un duro colpo col “caso Karadima”.

Nel 2010, infatti, per due volte la Chiesa cilena ha dovuto chiedere pubblicamente perdono per gli abusi sessuali su minori commessi da ecclesiastici, una ventina di casi denunciati negli ultimi anni, ma con figure di spicco come l’ex vicario per l’educazione della diocesi di San Bernardo, padre René Aguilera, suicidatosi in settembre, tre giorni dopo essere stato accusato di molestie da un alunno quattordicenne di un collegio cattolico. Il caso più clamoroso è stato però quello di padre Fernando Karadima, ex parroco della chiesa del Sagrado Corazon de Jesus, a Santiago, denunciato per abusi sessuali da quattro ex parrocchiani. L’ottantenne prete era infatti una delle figure di spicco del clero nazionale, simbolo di una “Chiesa di élite”, simpatizzante del regime del generale Augusto Pinochet, con solidi legami con le famiglie aristocratiche del Paese nonché fondatore della Pia unione sacerdotale Sacro Cuore di Gesù in cui aveva curato la formazione di una cinquantina di presbiteri e cinque vescovi: Bacarreza, appunto, nonché l’ausiliare di Santiago, monsignor Andrés Arteaga, sostituito in ottobre dal cardinale Erràzuriz alla testa della fraternità, l’ordinario castrense monsignor Juan Barros, e quelli di Talca, monsignor Horacio Valenzuela, e Linares, monsignor Tomislav Koljatic.

Padre Karadima si è sempre dichiarato innocente e a dicembre il giudice Leonardo Valdivieso ha chiuso le indagini in quanto eventuali reati sarebbero ormai prescritti, con una decisione contro cui l’accusa ha presentato ricorso. Sulla vicenda, inoltre, resta aperto un procedimento canonico presso la Congregazione per la dottrina della fede, mentre il matrimonio religioso di una delle presunte vittime è stato dichiarato nullo dal tribunale ecclesiastico cileno proprio per gli abusi di cui essa sarebbe stata oggetto e un gruppo di membri dell’Unione ha preso le distanze dall’ex guida spirituale giudicando «verosimili» le accuse.

Ezzati, salesiano sessantanovenne italiano naturalizzato cileno, considerato un conservatore sensibile ai problemi sociali e con grande capacità di dialogo, come dimostrato dal ruolo di «facilitatore» svolto in settembre nel conflitto tra Governo e mapuche nonché dall’elezione in novembre a presidente dell’episcopato, dovrà dunque fare i conti con quello che in novembre monsignor Goic ha definito «il calo significativo della credibilità della Chiesa e del ministero» dovuto agli scandali.  Tuttavia secondo Ascanio Cavallo, opinionista de La Tercera, «il calo del prestigio della Chiesa cilena non è prodotto dal caso Karadima, ma prosegue dal 2000. In questo decennio essa ha speso la propria influenza pubblica soprattutto sui temi della vita privata e della sessualità. Ha cominciato con le campagne contro l’uso del preservativo, ha continuato tentando di impedire il varo di una legge sul divorzio, ha combattuto tenacemente la pillola del giorno dopo, si è opposta a ogni forma di aborto, compreso quello terapeutico, e rifiuta qualsiasi riconoscimento dei diritti per le coppie omosessuali». Un’analisi condivisa da Àlvaro Ramis, teologo del Centro ecumenico “Diego de Medellìn”: «Nel 1990 la Chiesa cilena entrava nell’epoca post-dittatura con un capitale di rispettabilità e influenza inedito. La difesa dei diritti umani attuata da una sua parte durante la dittatura l’aveva resa molto prestigiosa. Venti anni dopo questo capitale appare molto diminuito. L’enfasi che la gerarchia ha posto sull’etica sessuale e familiare è andata a scapito della sua incidenza nel campo dell’etica politica e sociale. Perciò i mass media la descrivono come un’istituzione moralista e conservatrice».

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