Pedofilia nella Chiesa, il caso Germania

Pubblicato: 1 febbraio 2011 in Articoli
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La psichiatra Annelore Homberg: «La tv pubblica tedesca segue con obiettività e costanza l’evolversi degli scandali che sconvolgono il Paese». Inchieste che i nostri celebrati talk show mai oserebbero proporre ai telespettatori

Federico Tulli*left n. 11 del 19 marzo 2010

Immaginiamo per qualche minuto che l’attuale papa sia italiano. E che suo fratello sia un cardinale di quelli più che “sfiorati” da uno dei numerosi scandali di abusi sessuali e violenze commessi in diversi istituti gestiti da cattolici, compreso quello che l’ipotetico fratello del papa presiede. Immaginiamo quindi, pure, che questi scandali siano stati scoperti, con decenni di ritardo, in Italia. Centinaia di preti accusati di pedofilia da migliaia di presunte vittime per abusi commessi in tutta la Penisola. E vescovi che ammettono pubblicamente che «sì, in base alle conoscenze che abbiamo attualmente c’è stato un insabbiamento. In tutta una serie di casi, dove non c’è stata una reale volontà di far luce e i colpevoli sono stati semplicemente trasferiti, dobbiamo ammettere che c’è stato un vero e proprio occultamento». Ora immaginiamo che certi temi siano approfonditi, senza pregiudizi, dalla televisione pubblica. Magari in trasmissioni con l’audience di “Porta a porta”, “Annozero”, “Ballarò”. Con tanto di vittima che dopo 30 anni riesce a denunciare la violenza subita da un prete, per 10 anni consecutivi fino alla maggiore età. E l’imbarazzatissimo vescovo che annaspa accampando le scuse più improbabili di fronte a una schiera di giornalisti competenti e al cospetto di un’opinione pubblica desiderosa di farsi un’idea di ciò che è accaduto. No, avete ragione, forse così è troppo. Un eccesso di immaginazione. Fine del “sogno” italiano. Spostiamoci allora in Germania, dove tutto ciò accade per davvero. Compreso il virgolettato, pubblicato dal quotidiano Rhein Zeitung, che è del vescovo di Treviri, Stephan Ackermann, incaricato dalla Conferenza episcopale tedesca di indagare sugli abusi sessuali che hanno coinvolto le diocesi di Monaco, Essen, Magonza e Ratisbona. Il faccia a faccia tra vittima di una violenza e rappresentante della Chiesa cattolica, invece, è stato proposto in piena bufera “pedofilia” dal primo canale televisivo pubblico Ard in varie trasmissioni tra fine febbraio e inizio marzo. Tra cui il popolare talk show Hart aber fair (“Duro ma leale”) con un’inchiesta dal titolo “I preti e il sesso”.

Quanta verità accetta la Chiesa (cattolica)?. «Da psichiatra dico subito che si è vista la patologia della Chiesa, il suo cinismo, l’ipocrisia. E l’incompatibilità dell’impianto della Chiesa con uno Stato di diritto, per le modalità di gestione sia degli scandali, sia dei rapporti con le vittime», racconta Annelore Homberg, docente di Psicologia generale all’università di Chieti. «Oltre alla distruzione che il violentatore provoca nella vita delle vittime, e che una di queste seppur segnato profondamente è riuscito a denunciare pubblicamente con estrema lucidità, c’è la violenza e l’assoluta mancanza di senso civico dei vescovi che li hanno “coperti”. Approfittando del fatto che le vittime, dato che vengono dall’ambiente cattolico, si rivolgono spesso prima a loro che alle autorità “civili”». Così il crimine viene immediatamente insabbiato, col pretesto che si devono fare delle indagini interne. «Trasmissioni come queste evidenziano come la Chiesa cattolica si arroghi il diritto di costruire uno Stato nello Stato. Ma in Germania, come in Italia o altri Paesi, la pedofilia è un reato che deve essere perseguito dalle autorità preposte». E non da compiacenti vescovi, come quello apparso in un’altra trasmissione di Ard che continuava a sostenere che il suo prete scaricando materiale pedopornografico da internet era «caduto in una trappola». Come se vi fosse stato spinto da quei bambini violentati. «Allora il “male” è nei ragazzini? La pedofilia è “colpa” loro? Temo che questo sia un pensiero non tanto latente in seno alla Chiesa. Psichiatricamente è un pensiero interessante però non è un pensiero tanto sano», conclude Homberg. 

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