Archivio per febbraio, 2011

Russell Shorto*, The New York Times Magazine, Stati Uniti (Fonte: Internazionale n. 886 del 25 febbraio 2011)

Il cattolicesimo è da sempre un elemento fondante dell’identità nazionale irlandese. Ma decenni di abusi e violenze hanno incrinato la iducia dei fedeli. E oggi il paese cerca di costruire un rapporto diverso con la religione

Andrew Madden appartiene a quella nuova generazione di celebrità irlandesi che preferirebbero di gran lunga non essere famose. È stato tra i primi a rivelare pubblicamente di aver subito abusi sessuali da parte di un prete cattolico. Le sue parole hanno costretto l’Irlanda a un esame di coscienza collettivo che dura da qualche anno. Quando l’ho incontrato, nell’autunno del 2010 a Dublino, il paese era scosso dalla crisi economica. Per tutta la durata del pranzo abbiamo parlato delle colpe del governo e delle banche. Solo più tardi, mentre giravamo in macchina per il suo vecchio quartiere e passavamo davanti alla casa dall’intonaco grezzo dove è cresciuto e dove i suoi genitori vivono ancora, Madden ha cominciato a parlare della sua infanzia. Seduto in auto di fronte alla chiesa del Cristo Re, dove ha trascorso gran parte della sua adolescenza come chierichetto e cantando nel coro, mi ha raccontato per sommi capi i quattro anni di violenze subite alla fine degli anni settanta per mano del reverendo Ivan Payne, uno dei più famigerati pedofili del clero cattolico irlandese. Madden aveva già raccontato molte volte la sua storia alla stampa irlandese. L’elenco dei dettagli degli abusi sembrava freddo e meccanico. Solo quando ci siamo fermati davanti alla casa dove abitava padre Payne, e dove si erano consumate le violenze, è stato preso da un’ansia profonda e ha sussurrato: “Oh mio dio”. Il mio pomeriggio in compagnia di Andrew Madden potrebbe rappresentare l’istantanea del dramma che ha colpito l’Irlanda. Il paese è preoccupato per le conseguenze – umane, sociali e politiche – della crisi. Ma dietro a questi timori, e in qualche modo collegato, c’è un trauma ancora più profondo e intimo. Il fenomenale boom economico degli ultimi vent’anni, e la secolarizzazione che l’ha accompagnato, hanno fatto credere agli irlandesi che il paese fosse cambiato, che non fosse più un paese arretrato e dominato dalla chiesa cattolica romana. Ma dopo il crollo dell’economia, gli irlandesi si sono trovati faccia a faccia con loro stessi. E hanno cominciato a fare i conti con un rapporto tra chiesa e stato che era, e che per molti versi è ancora, perversamente antimoderno. Tra le varie crisi che la chiesa cattolica si trova ad affrontare oggi nel mondo, lo scandalo degli abusi sessuali commessi da sacerdoti e altri membri del clero è particolarmente grave. E ha colpito l’Irlanda più di ogni altro paese: nessun’altra comunità ha reagito con la stessa indignazione. Nel 2009 gli irlandesi hanno risposto alla pubblicazione di due lunghi e documentati atti di accusa contro il clero locale con rabbia e disgusto. Alcuni sacerdoti sono stati insultati in pubblico, e al governo è stato chiesto di prendere le distanze dalla chiesa. Nei documenti erano descritti nel dettaglio migliaia di casi di stupro, molestie sessuali e percosse, oltre ai tentativi delle autorità ecclesiastiche di proteggere i colpevoli ignorando le vittime.

Controllo e repressione

Lo scorso dicembre un nuovo moto di indignazione è stato scatenato dalla pubblicazione dei risultati dell’inchiesta su quello che è forse stato il prete che si è macchiato dei peggiori abusi: il reverendo Tony Walsh, protetto dal Vaticano anche dopo che le autorità ecclesiastiche locali gli avevano chiesto di deporre la tonaca. Altre inchieste sono attese a breve. Intanto, a gennaio, è venuta alla luce una lettera del 1997 in cui il nunzio apostolico a Dublino scriveva ai vescovi irlandesi che il Vaticano aveva “forti riserve” sulla segnalazione obbligatoria alla polizia dei casi di abusi sessuali commessi da esponenti del clero. Una notizia che ha provocato ulteriore sdegno. Le persone più indignate sono quelle tra i 20 e i 30 anni. È la generazione che ha raggiunto la maggiore età durante la ripresa economica, è cresciuta sotto l’influsso della nuova cultura laica e non sente più di dovere alla chiesa cieca obbedienza. “Quando ho letto le denunce, ho pensato che non posso più nemmeno fingere di far parte di questa istituzione”, racconta Grainne O’Sullivan, una designer di 32 anni. Verso la fine del 2009, insieme a un suo amico programmatore, Cormac Flynn, e a un dipendente della pubblica amministrazione di Cork, Paul Dunbar, ha creato un sito internet, CountMeOut.ie, per aiutare gli irlandesi che volevano rinnegare ufficialmente la chiesa cattolica. Nei mesi successivi il sito è diventato un punto di riferimento per molti e il modulo per l’abbandono del cattolicesimo, la Defectio ab ecclesia catholica actu formali, è stato scaricato da oltre dodicimila persone.

In seguito, lo scorso agosto, il Vaticano ha introdotto una modifica al diritto canonico che rende in pratica impossibile ogni defezione dalla chiesa. Flynn, O’Sullivan e Dunbar hanno sospeso il servizio, ma sul loro sito gli irlandesi continuano a scambiarsi informazioni sugli abusi del clero. La loro iniziativa ha contribuito ad aprire un dibattito sull’identità nazionale e sulla possibilità di separare finalmente l’aggettivo “irlandese” da quello “cattolico”. Per molti irlandesi, tuttavia, abbandonare il cattolicesimo è come rinunciare alla propria identità etnica o sessuale. La scorsa estate, in una tavola rotonda in tv sugli abusi, un giornalista ha chiesto a una donna che stava attaccando il clero se fosse pronta a lasciare la chiesa cattolica. La donna, confusa, ha fatto una pausa, e poi ha risposto: “E per andare dove?”. Tuttavia, se fino a qualche tempo fa far parte della comunità cattolica garantiva molti vantaggi sociali, oggi non è più così. “Ora è il contrario”, spiega Eamon Maher, studioso del cattolicesimo irlandese. “Ormai la gente diffida di chi si definisce cattolico osservante”. L’allontanamento del paese dalla chiesa è cominciato prima dello scandalo degli abusi. Tra il 1974 e il 2008, il numero degli irlandesi che vanno abitualmente a messa è diminuito del 50 per cento: un problema che il Vaticano si trova ad affrontare spesso, soprattutto nei paesi occidentali. In tutto il mondo lo scandalo degli abusi sessuali e l’atteggiamento sempre più conservatore e gerarchico che prevale ormai dagli anni settanta stanno allontanando la chiesa da popoli un tempo molto devoti. “L’Irlanda è un ottimo esempio di questo fenomeno. La chiesa ha trasformato quest’isola in una sorta di campo di concentramento dove poteva controllare tutto”, afferma Mark Patrick Hederman, abate di Glenstal Abbey, un monastero benedettino della contea di Limerick. “E il controllo riguardava soprattutto il sesso. Da piccolo ti dicevano che, se ti masturbavi, eri impuro e il demonio si sarebbe impossessato di te. Intere generazioni sono state vittime dei complessi di colpa derivanti da un’educazione simile. Ma ora quel gioco è finito”.

Il lago dei pellegrini

Per raggiungere il luogo più emblematico del cattolicesimo irlandese bisogna attraversare la brughiera della contea di Donegal, tra greggi di pecore in bilico su speroni di roccia grigia, fino ad arrivare a Lough Derg, un lago circondato da pini. Nelle sue acque si trova Station Island dove, secondo la leggenda, nel quinto secolo san Patrizio ebbe una visione mentre era in missione per convertire gli irlandesi. Station Island è meta di pellegrinaggi in dal medioevo. Il priore Richard Mohan, che è qui dal 1974, mi accoglie sull’isola mentre una tempesta autunnale spazza le acque del lago. Durante il pranzo nella mensa del monastero, mi racconta di come ha modernizzato il centro di accoglienza per i fedeli. Un tempo i pellegrini dormivano ammucchiati in una grotta sotterranea, oggi ci sono letti comodi, docce e perfino un negozio di souvenir. Secondo Mohan, Station Island “è nei geni stessi del popolo irlandese”, tanto che per indicare il pellegrinaggio esiste un’espressione specifica: going in on Station, andare a Station. Il più grande scrittore irlandese vivente, il poeta premio Nobel Seamus Heaney, ha dedicato la sua opera più amata a una riflessione sul pellegrinaggio, gli irlandesi e il loro braccio di ferro con la chiesa. La raccolta di poesie si chiama, ovviamente, Station Island. Secondo Mohan, l’aumento dei visitatori sull’isola, oltre 20mila all’anno, è legato al calo delle presenze nelle chiese nel resto del paese. Molti irlandesi hanno voltato le spalle alla chiesa ufficiale ma non alla fede cattolica, e visitano questo luogo sperduto nel tentativo di entrare direttamente in contatto con la loro tradizione storico-religiosa senza la mediazione del clero. “Il pellegrinaggio è considerato un gesto d’indipendenza”, dice Mohan. Anche se, in realtà, l’isola è ancora sotto il controllo della chiesa. Nel corso del novecento Station Island è diventata il simbolo del radicamento del cattolicesimo in Irlanda. All’inizio del secolo, a Dublino, i temi del dibattito politico erano essenzialmente due: l’occupazione britannica e la religione. Il commediografo George Bernard Shaw e il poeta William Butler Yeats erano convinti che la rottura con l’Inghilterra avrebbe permesso alla società irlandese di tagliare i ponti con la chiesa cattolica e di acquisire una sensibilità più moderna e internazionale. Altri facevano coincidere il patriottismo irlandese con il cattolicesimo, le tradizioni rurali e la lingua gaelica. Furono questi ultimi a imporsi. Éamon De Valera, il secondo premier dell’Irlanda indipendente, scrisse la costituzione in collaborazione con John Charles McQuaid, l’onnipotente arcivescovo di Dublino, che pretese per la chiesa cattolica un ruolo speciale negli affari di stato. Ancora oggi la costituzione comincia con le parole: “Nel nome della santissima Trinità”. È così che si è formata l’immagine della repubblica d’Irlanda: un paese rurale, affascinante, prigioniero di un’eterna, tragicomica lotta con la chiesa. In questo clima gli arcivescovi di Dublino sono diventati una sorta di grandi inquisitori, dotati di immenso potere. La pesante influenza della chiesa ha tenuto per decenni la società irlandese isolata dal resto del mondo. Maher mi racconta che nel 1970 i suoi genitori rimasero profondamente disorientati quando la recita serale del rosario si trovò improvvisamente a competere con le serie tv americane come Dallas, “che raccontavano un universo fatto di ricchezza, auto di lusso e relazioni extraconiugali”.

In Irlanda la contraccezione è stata illegale fino al 1980, e fino al 1985 i preservativi si potevano comprare solo con la prescrizione medica. Con l’avanzare del secolarismo in altre parti del mondo, la chiesa di Roma ha cominciato a considerare l’Irlanda un baluardo. E ha incoraggiato i leader di Dublino a mantenere la chiesa all’interno della struttura politica del paese. Nel 1977 il ministro degli esteri Garret FitzGerald ha raccontato che, in un incontro privato, Paolo VI gli aveva ricordato che “l’Irlanda era un paese cattolico, forse l’unico rimasto, e che doveva rimanere tale”. Secondo Ivana Bacik, senatrice del Partito laburista e favorevole alla separazione tra stato e chiesa, da allora le cose non sono molto cambiate: “In nessun’altra nazione europea, con l’ovvia eccezione della Città del Vaticano, la chiesa è così profondamente coinvolta negli affari di stato come in Irlanda”. La gerarchia della chiesa irlandese, aggiunge l’abate Hederman, è stata a lungo convinta che il paese avesse un ruolo particolare, che fosse quasi una fortezza del cattolicesimo: “L’Irlanda doveva essere un paese puro, in cui il sesso è accettabile solo nel matrimonio e ai fini della procreazione. E il prete doveva essere il più puro dei puri. Non è difficile capire come in questo sistema si siano diffusi i comportamenti che oggi ci fanno gridare allo scandalo ma che per anni sono stati la norma. Il potere era in mano a persone che non capivano la propria sessualità. O, forse, che non sapevano nemmeno cosa fosse la sessualità”. Gli abusi sessuali e le punizioni corporali che accompagnavano questa ricerca della purezza assoluta sono rimaste nascoste, ma sotto gli occhi di tutti, per troppo tempo. Un lettore attento di Gente di Dublino di James Joyce sa che gli abusi e le molestie in Irlanda ci sono sempre stati. Ma nelle scuole cattoliche la violenza è stata tollerata fino alla fine del novecento. Lo scrittore Colm Tóibín, che ha frequentato una scuola della congregazione dei Fratelli cristiani fino all’età di 15 anni, mi ha detto: “A volte avevo la sensazione che non ci fosse una linea di separazione tra abusi sessuali e punizioni corporali. Ogni venerdì, uno dei fratelli picchiava un ragazzo di fronte alla classe e, in qualunque modo lo colpisse, riusciva sempre a mettergli la mano sui genitali. Ridevamo, ma in realtà vivevamo in uno stato di terrore permanente. La mattina, prima di andare a scuola, vomitavo. Chi sbagliava un’addizione si prendeva uno schiaffo. I Fratelli cristiani mi hanno insegnato a leggere e a scrivere. Ma non riesco a essergli grato”. I cambiamenti in atto in Irlanda hanno avuto ripercussioni a livello mondiale per il Vaticano, che è ormai assediato dalle polemiche. Alcune riguardano le posizioni estremamente conservatrici di Benedetto XVI, che a molti cattolici sembra insensibile e lontano dalla realtà.

In un discorso del 2006 il pontefice ha lasciato intendere che l’Islam è intrinsecamente violento, l’anno dopo ha reintrodotto una preghiera per la conversione degli ebrei e nel 2009 ha deciso di reintegrare un vescovo negazionista già scomunicato. Ma quello degli abusi sessuali è uno scandalo completamente diverso. Negli Stati Uniti i giornali ne parlano dagli anni ottanta: un rapporto del 2004 elencava circa 11mila denunce per molestie che riguardavano il 95 per cento delle diocesi cattoliche del paese. Ma altrove la storia è più recente. E ha a che fare non tanto con il sesso quanto con l’esercizio del potere da parte delle gerarchie ecclesiastiche. L’anno scorso lo scandalo ha colpito la Germania, il Belgio e i Paesi Bassi. Ci sono stati casi molto discussi in Gran Bretagna, Italia, Francia, Malta, Svizzera, Austria, Messico, Nuova Zelanda, Canada, Kenya, Filippine, Australia e in altri paesi. Quasi ovunque le istituzioni ecclesiastiche hanno provato a coprire gli abusi e a proteggere i colpevoli. Nel marzo del 2010 le accuse hanno colpito direttamente il papa. Quando era arcivescovo di Monaco, Joseph Ratzinger era stato informato della decisione di rimettere al suo posto un prete pedofilo e, da cardinale, non aveva dato ascolto alle suppliche dei vescovi americani che chiedevano a Roma la sospensione a divinis di un prete del Wisconsin colpevole di aver molestato duecento bambini sordi tra il 1950 e il 1970. Il modo in cui il Vaticano ha affrontato gli scandali ha provocato ulteriore indignazione. Durante il discorso di Natale del 2010 il papa ha scatenato un putiferio suggerendo che era stata la cultura occidentale in senso lato ad aver reso accettabile la pedofilia. Secondo Peter Nissen, osservatore di cose vaticane e professore di storia culturale della religione all’università di Nimega, nei Paesi Bassi, “questa è la più grande crisi che la chiesa cattolica ha dovuto affrontare dai tempi della rivoluzione francese. E forse è ancora più profonda. Allora la chiesa fu vittima della crisi. Oggi ne è la causa”. Nello scandalo irlandese la posta in gioco per il Vaticano è molto alta. Come conseguenza degli abusi, sono aumentate le richieste di separare la chiesa dalle istituzioni del paese. Anche se finanziato dallo stato, più del 90 per cento delle scuole primarie è gestito dalla chiesa, come pure la maggior parte degli ospedali pubblici. Il risultato è che alcuni interventi altrove considerati di normale amministrazione, l’aborto, per esempio, o la vasectomia, in Irlanda sono una rarità.

Tuttavia, secondo Thomas Doyle, un frate domenicano che è stato avvocato canonico negli Stati Uniti e in seguito ha rappresentato le vittime degli abusi sessuali, l’Irlanda è il primo paese che ha schierato il governo contro la chiesa nello scandalo della pedofilia. “Sono state istituite tre commissioni, tutte finanziate dallo stato e presiedute da giudici ordinari”, spiega. “Il caso irlandese è seguito con attenzione anche da altri paesi tradizionalmente cattolici e dove si sono verificati abusi. Il Québec ha appena aperto un’inchiesta. E sembra che stiano per farlo anche i Paesi Bassi, l’Austria, il Belgio, l’Italia, la Spagna e la Francia”. In un certo senso, l’Irlanda costituisce un modello per le indagini. Non c’è da sorprendersi, quindi, che il Vaticano cerchi di limitare i danni. A novembre il papa ha inviato una commissione di alte autorità ecclesiastiche incaricate di indagare non solo sugli abusi, ma anche sul sistema di formazione dei sacerdoti e sulla gestione delle parrocchie. “Un’offerta di aiuto da parte del santo padre molto ben accetta”, ha dichiarato il portavoce della conferenza episcopale irlandese Martin Long. Ma nella mossa del papa molti irlandesi hanno visto una conferma dell’approccio gerarchico tipico del Vaticano che è alla radice dei problemi attuali della chiesa. Il reverendo John Littleton, ex presidente dell’ormai abolita conferenza nazionale dei sacerdoti d’Irlanda e tra i religiosi più rispettati del paese, lo ha detto senza mezzi termini: “Non abbiamo bisogno dell’aiuto di Roma”. Il reverendo Sean McDonagh, uno dei leader dell’associazione dei sacerdoti irlandesi, creata dopo la pubblicazione dei rapporti sugli abusi, ha suggerito che, per arrivare alla radice del problema, la commissione d’inchiesta “dovrebbe cominciare proprio dall’esame del modo in cui Roma ha gestito la vicenda”. “Non sono a conoscenza di una sola diocesi importante nel mondo nella quale non si sia verificato uno scandalo. E credo che parte del problema stia proprio nella struttura stessa della chiesa”, ha detto il reverendo Donald Cozzens, tra le voci cattoliche più autorevoli negli Stati Uniti. “Non voglio dire che per cambiare le cose servirebbe un papa diverso o una cultura diversa, ma sicuramente c’è bisogno di maggiore apertura. Dobbiamo considerare tutte le questioni in gioco. Il celibato obbligatorio è davvero una scelta saggia e teologicamente corretta?”.

Tra Dickens e Dan Brown

In proporzione al numero di abitanti, l’Irlanda è il paese in cui si è verificata la maggior parte degli abusi. Per numero di casi è seconda solo agli Stati Uniti, anche se la sua popolazione è cento volte più piccola di quella americana. Dei due documenti pubblicati nel 2009 con i risultati delle indagini condotte dalle autorità civili, il cosiddetto rapporto Ryan ha esaminato gli abusi avvenuti nelle istituzioni gestite dalla chiesa cattolica, mentre il rapporto Murphy si è occupato delle violenze all’interno della diocesi di Dublino. In totale si tratta di oltre cinque volumi e più di 2.500 pagine. Nel rapporto Murphy ci sono dettagli di ogni tipo: un sacerdote che violenta una ragazza con le mani durante la confessione e poi se le lava in una bacinella sull’altare, un altro che usa un crocifisso per brutalizzare una ragazza e un prete che costringe sistematicamente i chierichetti a tirarsi giù i pantaloni, li picchia e poi si masturba. Il rapporto Ryan, che racconta in dettaglio la vita nelle cosiddette industrial schools, le scuole frequentate dai ragazzi poveri o abbandonati, sembra un incrocio tra i romanzi di Charles Dickens e quelli di Dan Brown: “Sono stato picchiato e mandato in ospedale dal direttore e non mi è stato permesso di andare al funerale di mio padre per evitare che qualcuno vedesse i miei lividi”, si legge in una delle testimonianze. E ancora: “ Sono stato legato a una croce e violentato mentre altri si masturbavano”. La commissione che ha redatto il rapporto, guidata dal giudice Yvonne Murphy, ha sottolineato che, quando i casi di abuso sono venuti alla luce, la chiesa ha dichiarato di non averli affrontati con la giusta determinazione perché “non aveva ancora compreso l’entità del problema”. Una giustificazione ritenuta infondata. Alle autorità ecclesiastiche interessava soprattutto “mantenere il segreto, evitare gli scandali, proteggere la reputazione della chiesa e conservare intatto il suo patrimonio”, conclude il rapporto. “Tutte le altre considerazioni, compreso il benessere fisico e psicologico dei ragazzi e la giustizia per le vittime, erano subordinate a queste priorità”. Maeve Lewis, direttrice di One in four, un centro di consulenza e patrocinio per le vittime di abusi, spiega che “sulla carta la politica della chiesa per la protezione dei minori è più avanzata di quella dello stato”. Il reverendo John Littleton racconta che, se le nuove norme verranno applicate, d’ora in poi un sacerdote che si prepara a celebrare la messa non potrà più rimanere solo con i chierichetti in sagrestia. Maeve Lewis afferma però che “molti uomini di chiesa si sono sentiti oltraggiati dai rapporti della commissione e non ne hanno voluto accettare i risultati”. Secondo il portavoce dei vescovi irlandesi, Martin Long, l’appoggio della chiesa al lavoro della commissione non è solo di facciata. Long ammette che spesso la chiesa ha trascurato i fedeli, ma poi afferma che se le autorità ecclesiastiche hanno protetto i colpevoli a spese dei bambini è solo perché “non avevano capito la gravità degli abusi”: una difesa a cui le vittime reagiscono con sdegno. “Ma oggi i vescovi hanno capito che le cose sono cambiate”, aggiunge Long. Il 19 marzo 2010 Benedetto XVI ha inviato una lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda, che doveva essere la risposta definitiva del Vaticano allo scandalo degli abusi. Oltre ad autorizzare una visita pastorale di alcuni arcivescovi stranieri in Irlanda, la lettera invita i cattolici irlandesi alla preghiera, al digiuno e all’adorazione eucaristica. Quando chiedo a Long quali siano i progetti per ricostruire la chiesa in Irlanda, mi risponde che “la base del rinnovamento sarà proprio la lettera del papa”.

Per capire qual è stata la reazione del paese alle parole di Benedetto XVI mi rivolgo a un membro laico della chiesa cattolica irlandese. Marie Collins ha 64 anni ed è nata a Dublino. Nel 1960, all’età di 13 anni, è stata ricoverata per tre settimane in quello che allora si chiamava Our Lady’s hospital for sick children. E lì è stata molestata e violentata dal cappellano dell’ospedale, il reverendo Paul McGennis. “Non avevo idea di quello che stesse facendo, ma sapevo che era sbagliato”, dice Collins. “La notte abusava di me e la mattina dopo mi dava la comunione”. Negli anni successivi Collins ha sofferto di depressione, ansia e agorafobia. Raggiunti i quarant’anni è riuscita finalmente a raccontare la sua esperienza, prima a un medico e poi al curato della sua parrocchia, che l’ha incolpata dell’accaduto prima di assolverla dai suoi peccati. Intanto padre McGennis era ancora al suo posto. Dieci anni dopo Marie Collins ha scritto all’arcivescovo di Dublino, Desmond Connell, oggi cardinale. Per tutta risposta Connell le ha fatto sapere che McGennis era un bravo sacerdote e che lei non avrebbe dovuto “rovinargli la vita”. Alla fine, grazie all’aiuto della polizia e nonostante le reticenze della chiesa, McGennis è stato arrestato. Il rapporto Murphy ha rivelato che le autorità ecclesiastiche erano a conoscenza del suo comportamento in dal 1960. Marie Collins mi racconta che si sarebbe aspettata un maggior senso di responsabilità da parte della chiesa dopo la pubblicazione dei rapporti. L’anno scorso si è venuto a sapere che il cardinale Sean Brady, il primate d’Irlanda, nel 1975 aveva contribuito a coprire uno dei più noti pedofili della chiesa locale, il reverendo Brendan Smyth. Il cardinale aveva preso in considerazione l’idea di dimettersi, ma poi ha deciso di rimanere al suo posto. “Questo significa che in Irlanda la chiesa è guidata da un uomo che non si assume le sue responsabilità”, commenta Collins. Per quanto riguarda la lettera pastorale, le vittime degli abusi criticano soprattutto il tentativo del papa di collegare il comportamento sessuale del clero alla “secolarizzazione della società irlandese”: un modo per non assumersi le proprie responsabilità, secondo Collins. “La preghiera e l’adorazione dell’eucaristia vanno benissimo”, dice. “Più volte il papa ha detto di essere rimasto sconvolto dalle rivelazioni sugli abusi in tutto il mondo. È difficile credergli. Tra il 1981 e il 2005 Ratzinger è stato prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Di certo conosceva le denunce”. Gli eventi degli ultimi due anni hanno convinto Marie Collins ad allontanarsi dalla chiesa. “Non sono più una cattolica praticante”, racconta. “È difficile conciliare il comportamento delle gerarchie della chiesa con quello che predicava Gesù”. I fedeli di Kilkenny Una domenica mattina di fine novembre visito il convento dei cappuccini della cittadina di Kilkenny. Sta per cominciare la messa in lingua gaelica. Tra i fedeli riuniti in chiesa si respira un vero senso di comunità. Gli abusi sessuali e la crisi del debito sembrano molto lontani. Per quanto impressionante sia stato il calo dei cattolici praticanti, in Irlanda il 40 per cento dei fedeli va ancora a messa regolarmente, una cifra ben più alta che negli altri paesi europei di tradizione cattolica.

Molti irlandesi sentono la necessità di appartenere a una comunità di fedeli. Ma di che tipo? E a quali condizioni? Il reverendo Tony Flannery, uno degli organizzatori dell’associazione dei sacerdoti cattolici, racconta di aver partecipato di recente ad alcune riunioni dei fedeli di una parrocchia rurale sul futuro della chiesa irlandese. “Erano persone di 60, 70, 80 anni. Sono rimasto stupito dalla radicalità dei loro interventi. Vogliono che le donne siano più coinvolte. Vogliono riprendersi la chiesa. Lo scandalo degli abusi ha scosso le fondamenta della chiesa cattolica locale con una violenza che non avrei mai immaginato. È questo il lato positivo di quello che è successo: oggi c’è maggior dialogo tra sacerdoti e laici”. Chiedo a Flannery se pensa che quest’apertura possa riguardare anche le cariche più alte della gerarchia ecclesiastica. Sorride. “No. Non c’è alcun segnale in questo senso”. In realtà, una delle persone che hanno davvero cercato di cambiare qualcosa è l’arcivescovo di Dublino Diarmuid Martin. Martin ha presentato al Vaticano le lettere di dimissioni di due vescovi ausiliari irlandesi coinvolti nello scandalo degli abusi. Benedetto XVI le ha respinte ma ha promosso Martin cardinale. Chi segue le vicende della chiesa irlandese sostiene che i vescovi locali hanno preso le distanze dall’arcivescovo, facendo quadrato intorno al papa e agli arcivescovi inviati da Roma. La stessa visita apostolica voluta dal papa è vista da molti come un’altra prova del fatto che il Vaticano non intende realizzare alcuna riforma, ma vuole solo continuare a esercitare il suo controllo. “Se il Vaticano avesse voluto condurre un’inchiesta credibile sugli abusi sessuali”, afferma Thomas Doyle, “non avrebbe mandato arcivescovi e cardinali. Sono proprio loro, le alte gerarchie della chiesa, che hanno creato il problema”. Nel frattempo, la crisi economica potrebbe giocare a vantaggio della chiesa. Le preoccupazioni sulla disoccupazione e i tagli alla spesa pubblica hanno la precedenza sulle considerazioni circa il ruolo della chiesa nella società. La scorsa estate si era parlato di un piano per sottrarre alla chiesa il controllo delle scuole finanziate dallo stato. Ma a gennaio un portavoce del ministero dell’istruzione mi ha spiegato che sulla questione è necessario “riflettere ancora” e mi ha suggerito di rivolgermi alle autorità ecclesiastiche per avere altre informazioni. Nel 2009, quando sono stati pubblicati i rapporti Ryan e Murphy, gli irlandesi hanno appreso con sconcerto che il governo aveva accettato che il contributo della chiesa al pagamento degli indennizzi alle vittime fosse di 127 milioni di euro, circa il 10 per cento del totale pagato. Messi sotto pressione, l’anno scorso gli ordini religiosi hanno deciso di alzare la quota al 50 per cento. Una parte degli indennizzi è subordinata però alla vendita degli immobili di proprietà della chiesa: un compito molto difficile nel bel mezzo di una crisi finanziaria. Alla fine saranno ancora i contribuenti irlandesi a pagare buona parte del conto.

*L’AUTORE

Russell Shorto è un giornalista statunitense di origine olandese. Il suo ultimo libro è Le ossa di Cartesio. Una storia della modernità (Longanesi 2009).

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L'arcivescovo di Santiago, Ricardo Ezzati, con il presidente cileno Sebastiàn Piñera

Mauro Castagnaro * Jesus n. 2/2011

Il 15 gennaio ha fatto il proprio ingresso nell’arcidiocesi di Santiago del Cile monsignor Ricardo Ezzati, già arcivescovo di Concepción e nuovo primate della Chiesa cilena. Sulla carta la sua nomina avrebbe dovuto essere scontata, avendo egli collaborato con l’uscente ordinario, il cardinale Francisco Erràzuriz, nella Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica dal 1991 al 1996 e come ausiliare di Santiago dal 2001 al 2006. Tuttavia nel 2008, all’approssimarsi del 75° compleanno del porporato, molte personalità ecclesiastiche e civili ultraconservatrici si erano mosse affinché suo successore fosse designato monsignor Juan Gonzàlez, vescovo di San Bernardo e membro dell’Opus Dei. Il settore progressista della Chiesa cilena aveva però reagito, giudicando una simile nomina fonte di divisione, anche perché monsignor Gonzàlez, prima di entrare in seminario, aveva collaborato con la dittatura militare nell’ufficio incaricato delle relazioni con la Chiesa. La terna presentata a Roma dal nunzio comprendeva perciò, oltre a monsignor Ezzati, il presidente della Conferenza episcopale, monsignor Alejandro Goic, vescovo di Rancagua, e monsignor Felipe Bacarreza, ordinario di Los Angeles. Ma se contro Goic giocava l’età (71 anni), la candidatura di Bacarreza aveva subito un duro colpo col “caso Karadima”.

Nel 2010, infatti, per due volte la Chiesa cilena ha dovuto chiedere pubblicamente perdono per gli abusi sessuali su minori commessi da ecclesiastici, una ventina di casi denunciati negli ultimi anni, ma con figure di spicco come l’ex vicario per l’educazione della diocesi di San Bernardo, padre René Aguilera, suicidatosi in settembre, tre giorni dopo essere stato accusato di molestie da un alunno quattordicenne di un collegio cattolico. Il caso più clamoroso è stato però quello di padre Fernando Karadima, ex parroco della chiesa del Sagrado Corazon de Jesus, a Santiago, denunciato per abusi sessuali da quattro ex parrocchiani. L’ottantenne prete era infatti una delle figure di spicco del clero nazionale, simbolo di una “Chiesa di élite”, simpatizzante del regime del generale Augusto Pinochet, con solidi legami con le famiglie aristocratiche del Paese nonché fondatore della Pia unione sacerdotale Sacro Cuore di Gesù in cui aveva curato la formazione di una cinquantina di presbiteri e cinque vescovi: Bacarreza, appunto, nonché l’ausiliare di Santiago, monsignor Andrés Arteaga, sostituito in ottobre dal cardinale Erràzuriz alla testa della fraternità, l’ordinario castrense monsignor Juan Barros, e quelli di Talca, monsignor Horacio Valenzuela, e Linares, monsignor Tomislav Koljatic.

Padre Karadima si è sempre dichiarato innocente e a dicembre il giudice Leonardo Valdivieso ha chiuso le indagini in quanto eventuali reati sarebbero ormai prescritti, con una decisione contro cui l’accusa ha presentato ricorso. Sulla vicenda, inoltre, resta aperto un procedimento canonico presso la Congregazione per la dottrina della fede, mentre il matrimonio religioso di una delle presunte vittime è stato dichiarato nullo dal tribunale ecclesiastico cileno proprio per gli abusi di cui essa sarebbe stata oggetto e un gruppo di membri dell’Unione ha preso le distanze dall’ex guida spirituale giudicando «verosimili» le accuse.

Ezzati, salesiano sessantanovenne italiano naturalizzato cileno, considerato un conservatore sensibile ai problemi sociali e con grande capacità di dialogo, come dimostrato dal ruolo di «facilitatore» svolto in settembre nel conflitto tra Governo e mapuche nonché dall’elezione in novembre a presidente dell’episcopato, dovrà dunque fare i conti con quello che in novembre monsignor Goic ha definito «il calo significativo della credibilità della Chiesa e del ministero» dovuto agli scandali.  Tuttavia secondo Ascanio Cavallo, opinionista de La Tercera, «il calo del prestigio della Chiesa cilena non è prodotto dal caso Karadima, ma prosegue dal 2000. In questo decennio essa ha speso la propria influenza pubblica soprattutto sui temi della vita privata e della sessualità. Ha cominciato con le campagne contro l’uso del preservativo, ha continuato tentando di impedire il varo di una legge sul divorzio, ha combattuto tenacemente la pillola del giorno dopo, si è opposta a ogni forma di aborto, compreso quello terapeutico, e rifiuta qualsiasi riconoscimento dei diritti per le coppie omosessuali». Un’analisi condivisa da Àlvaro Ramis, teologo del Centro ecumenico “Diego de Medellìn”: «Nel 1990 la Chiesa cilena entrava nell’epoca post-dittatura con un capitale di rispettabilità e influenza inedito. La difesa dei diritti umani attuata da una sua parte durante la dittatura l’aveva resa molto prestigiosa. Venti anni dopo questo capitale appare molto diminuito. L’enfasi che la gerarchia ha posto sull’etica sessuale e familiare è andata a scapito della sua incidenza nel campo dell’etica politica e sociale. Perciò i mass media la descrivono come un’istituzione moralista e conservatrice».

Benedetto XVI e il cardinale Christoph Schönborn

Alessandro Speciale * Jesus n. 2/2011

Nel 2010, un numero record di fedeli ha deciso di lasciare la Chiesa cattolica in Austria. Il dato – atteso e temuto dopo lo scandalo pedofilia – è stato diffuso a inizio gennaio dall’agenzia cattolica Kathpress, sulla base di cifre fornite dalle diocesi. I numeri parlano di 87.393 abbandoni nel 2010 contro i 53.269 del 2009, con un aumento nel corso dei dodici mesi del 64%. Si tratta del dato più alto mai registrato dal 1945. Alla fine dell’anno appena concluso, in Austria si contavano 5 milioni e 450 mila cattolici, su una popolazione di circa 8 milioni, rispetto ai 5 milioni e 530 mila dell’anno precedente, un calo dell’1,4%. Il grosso degli abbandoni sono avvenuti nella prima metà del 2010, mentre infuriava lo scandalo pedofilia, mentre in estate l’emorragia è rallentata, segno che la strategia d’urto adottata dai vescovi austriaci per affrontare la crisi ha funzionato, almeno in parte.

Per l’arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schönborn, anche in Austria la Chiesa si sta trasformando da una Chiesa tradizionale “di appartenenza” a una “per scelta”. «Siamo nel mezzo di una transizione», ha detto il porporato. Ma per Schönborn, anche se lo “tsunami” pedofilia è in parte responsabile per il record di abbandoni, e se è vero che ogni singola persona che lascia provoca un «dolore profondo», le vere ragioni dell’esodo sono più profonde. Gli austriaci fino a oggi sono rimasti cattolici «per pressione sociale e abitudine», mentre adesso chi resta nella Chiesa lo fa consapevolmente. Schönborn spera che anche chi ha lasciato continui a interrogarsi sulla questione Dio e che «la relazione con Dio continui anche dopo che uno è uscito dalla Chiesa. Non ci si può sottrarre al suo amore». Il cardinale ha anche citato uno studio, non ancora pubblicato, del teologo Paul Zulehner, secondo cui il 44% di coloro che hanno fatto l’abiura hanno pensato seriamente a rientrare nella Chiesa. Monsignor Egon Kapellari, vescovo di Graz, ha ricordato la necessità di «rispettare queste decisioni », nella speranza però che le persone si riavvicinino alla Chiesa.

priests1Un lungo stillicidio di storie di pedofilia nelle pagine dei giornali. Nuovi libri e vicende giudiziarie offrono per la prima volta la possibilità di approfondire anche in Italia il fenomeno ancora sommerso dei crimini contro i minori commessi da uomini di chiesa

Federico Tulli * left n. 3 del 23 gennaio 2009

In sede penale è stato riconosciuto colpevole di aver violentato un bimbo di 14 anni. Poi è stato prosciolto perché giudicato incapace di intendere e di volere al momento del fatto. La storia di Giovanni P., il sacerdote che nel 1999 abusò di quel minore, è una delle circa 60 che dal 2000 a oggi nel nostro Paese hanno visto preti protagonisti in crimini di pedofilia. Alcuni di questi sono in attesa di giudizio, molti sono stati giudicati colpevoli di abusi sessuali almeno in primo grado. Quasi tutti indossano ancora l’abito talare e continuano “normalmente” a esercitare il magistero. Ricevendo i bambini in confessionale, facendo catechismo e così via. Padre Giovanni P. è uno di questi. Confessato il “peccato” e ricevuta l’assoluzione del papa, accade raramente che la Chiesa costringa un prete pedofilo ad abbandonare il sacerdozio. priest_collar_apNegli ultimi anni, in Italia, è arrivato sulle pagine di cronaca un unico caso del genere. Quello di don Lelio Cantini, parroco della chiesa Regina della Pace a Firenze fino al 2005, accusato per abusi sessuali avvenuti tra il 1973 e il 1987, denunciato nel 2004 al vescovo dai parrocchiani, e ridotto allo stato laicale, quando ormai era ultraottantenne, lo scorso ottobre. Al contrario di Cantini, Giovanni P. che di anni ne ha 46, è ancora un prete “in attività”. Ma, per diversi motivi, anche il suo è un caso particolare, «anzi, per quanto accaduto nel processo civile addirittura unico» racconta a left l’avvocato Luciano Santoianni, che in sede civile ha difeso la vittima, risarcita nel luglio 2008 dal prelato con oltre 40mila euro. Proprio in questo ultimo processo l’avvocato Santoianni ha posto all’attenzione del giudice l’Istruzione Crimen sollicitationis, per la prima volta in Europa citato nell’aula di un tribunale “laico”. Questo documento, emanato nel 1962 dalla Congregazione per la dottrina della fede e mai pubblicato nell’Acta apostolicae sede (la gazzetta ufficiale vaticana), per quasi mezzo secolo ha fornito al Vaticano lo strumento giuridico per coprire i crimini di pedofilia, ma anche altri tipi di violenza sessuale, derubricati dalla Chiesa come “situazioni negative”, alla stregua di atti contro la morale cattolica, insomma. Il Crimen, infatti, istruisce i vescovi su come devono comportarsi nel caso in cui vengano a conoscenza di violenze sessuali da parte di appartenenti al clero, imponendo loro, ma anche agli autori della violenza nonché alle vittime, di mantenere il segreto; pena la scomunica. Secondo l’avvocato, riguardo il comportamento del sacerdote ci sarebbe stata «una responsabilità oggettiva della curia di Napoli, in particolare del cardinal Giordano che, come dichiarato in sede penale da un teste, era stato messo al corrente della “stranezza” di certi comportamenti del presunto pedofilo». A quel punto la curia invece di denunciare tutto all’autorità giudiziaria si sarebbe limitata a spostare Giovanni P. in un’altra parrocchia. «Il condizionale è d’obbligo – spiega Santoianni – perché nel corso della causa civile il testimone ha ritrattato parzialmente quanto aveva dichiarato nel primo processo. “Rivedendo” in particolare tutto quello che chiamava in causa proprio la curia». Tutto ciò, prosegue Santoianni, «ha comportato che il giudice si limitasse ad acquisire il Crimen senza approfondirne la valutazione». pedof1L’avvocato è però convinto della responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche, e per uno come lui che è sempre stato particolarmente impegnato nel sociale ed è esperto nella difesa di vittime in processi per pedofilia la battaglia non è finita. A questo punto tutto può decidersi nelle prossime settimane in caso di ricorso in appello. Che si fonderà sulla querela per falsa testimonianza presentata dal ragazzo nei confronti dell’autore della ritrattazione e sulla ripresentazione del Crimen sollicitationis quale causa della reticenza del teste. «Sotto l’aspetto processuale le colpe del prete sono acclarate e la presunta “omertà” del testimone non fa che aumentare i sospetti verso l’atteggiamento di chi aveva il potere di fermare padre Giovanni», conclude l’avvocato che a istruttoria in corso «di più non può dire». Così alcuni tasselli mancanti della storia vengono forniti da don Vitaliano della Sala, da sempre voce critica nei confronti della Chiesa anche per il debole atteggiamento verso la piaga della pedofilia. Secondo don Vitaliano, che sul proprio sito ricostruisce gran parte della vicenda, la tesi di Santoianni si fonda su una lettera che il teste, Franco P., un medico psichiatra e docente all’università statale di Milano, avrebbe scritto alla curia sostenendo che padre Giovanni «è affetto da disturbo bipolare di primo tipo, in fase di grave eccitamento maniacale». Una diagnosi che evidenziava la necessità di allontanare il sacerdote da quei servizi di catechesi particolarmente seguiti dai bambini. Il medico, in sede penale, ha quindi sostenuto di aver parlato del caso per tre volte al telefono col cardinale Giordano. Ma a oggi, dopo le due sentenze che hanno accertato la responsabilità del prete e dopo la perizia psichiatrica che ha stabilito che «il fatto è stato commesso in stato di incapacità di intendere e di volere», l’unica misura a cui è stato sottoposto il vice parroco Giovanni P. dai suoi superiori è stato il trasferimento. Per qualche tempo in un’altra parrocchia di Napoli al quartiere dell’Arenaccia. Poi in uno dei maggiori ospedali del capoluogo campano, che ogni anno ospita in media tremila bambini.

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Il documento

Il 18 maggio 2001, con il De delictis gravioribus, la Congregazione per la dottrina della fede ha “rimodulato” il Crimen sollicitationis del 16 marzo 1962. Nel documento, firmato dall’allora cardinale Joseph Ratzinger e dall’arcivescovo Tarcisio Bertone, si legge tra l’altro che tra «i delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede» c’è quello «contro il sesto comandamento commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età». E poi ancora, più avanti nel testo: «Ogni volta che l’ordinario o il gerarca avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato [alla Congregazione, ndr] la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede». Infine il testo conclude: «Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio». A causa di quella firma, nel gennaio 2005, il tribunale di Houston citò il cardinale Ratzinger a comparire in una causa civile che vedeva la diocesi accusata di “coprire” un prete colpevole di pedofilia. Divenuto capo di Stato, Ratzinger ha avanzato richiesta formale d’immunità al presidente degli Stati Uniti. Richiesta accolta dal governo Usa a settembre dello stesso anno.

 

don Domenico Pezzini

È stato scarcerato don Domenico Pezzini, il sacerdote di 73 anni della Diocesi di Lodi arrestato nel maggio dello scorso anno con l’accusa di violenza sessuale aggravata nei confronti di un ragazzino straniero e poi condannato in primo grado a 10 anni di reclusione. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame di Milano, che ha disposto il suo trasferimento in una “oasi monastica” in regime di arresti domiciliari. Il religioso era stato arrestato lo scorso 25 maggio, nell’ambito dell’inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno e dal pm Cristiana Roveda. Stando alle indagini, l’uomo, tra il 2006 e il 2009, avrebbe abusato di un ragazzino del Bangladesh, anche quando aveva meno di 14 anni. Secondo l’accusa, il prete l’avrebbe avvicinato in un parco e gli avrebbe offerto un aiuto per uscire dalla sua situazione di disagio economico e familiare, con lo scopo, in realtà, di avere rapporti sessuali con lui nella sua casa. Il 21 dicembre scorso il Gup di Milano Maria Vicidomini l’aveva condannato a 10 anni con rito abbreviato, respingendo anche la richiesta della difesa di concedergli gli arresti domiciliari in una comunità monastica. Il suo legale, l’avvocato Mario Zanchetti, ha fatto ricorso al Riesame contro questa decisione del Gup e il Tribunale l’ha accolto. In precedenza anche la Cassazione aveva annullato con rinvio una diversa ordinanza del Riesame che aveva negato i domiciliari al prete. Ma prima della nuova discussione è arrivata la decisione dell’altra sezione del Riesame. La difesa non ha ancora potuto ritirare le motivazioni del provvedimento. Don Pezzini, che è stato in carcere 9 mesi, ha 73 anni e per legge devono sussistere ragioni di eccezionale gravita’ perche’ un ultrasettantenne stia in carcere. (IMG Press)

La Congregazione per la Dottrina della Fede, l’organismo del Vaticano che si occupa dei problemi del clero (la magistratura vaticana, ndtulli), ha dichiarato colpevole di abusi sessuali nei confronti di alcuni giovani, l’influente sacerdote cileno Fernando Karadima, 80 anni. Lo ha reso noto oggi con un comunicato l’arcivescovo di Santiago, cardinale Ricardo Ezzati. L’organismo della Curia Romana ha emesso il suo verdetto al termine di indagini durate circa sei mesi mentre, sullo stesso tema, la Chiesa cilena aveva tergiversato per anni. Fernando Karadima, notissimo in Cile, dove, tra l’altro, qualcuno lo aveva definito “il santo vivente”, e anche perché aveva contribuito alla formazione di vari vescovi locali, e’ stato denunciato a suo tempo da quattro uomini che lo hanno accusato di aver abusato di loro a lungo quando erano giovani. «Alla luce delle prove acquisite il reverendo è stato dichiarato colpevole, soprattutto per il reato di abuso», precisa la sentenza della Congregazione. In merito il cardinal Ezzati ha precisato che «tenendo conto della sua età, gli è stato imposto di ritirarsi ad una vita di orazione e penitenza». «Come pastore della Chiesa di Santiago sento una profonda pena e dolore per le persone danneggiate, alle quali una volta di più voglio esprimere la mia vicinanza come padre e pastore», ha anche aggiunto l’arcivescovo. Dal punto di vista della giustizia civile il caso Karadima era stato chiuso recentemente da un magistrato che ha ritenuto prescritti i suoi reati. Recentemente, però, un pubblico ministero ha chiesto la riapertura del processo, passo che è ora alla considerazione della Corte d’Appello. (YOY)



In un gesto di riconciliazione con le vittime degli abusi dei preti pedofili in Irlanda, l’arcivescovo di Boston, cardinale Sean O’Malley, di origini irlandesi, domenica prossima laverà i piedi a un gruppo di persone che da bambini sono state vittime di molestie sessuali da parte del clero, in una chiesa di Dublino. La particolare liturgia, solitamente riservata ai riti del giovedì santo, servirà a «chiedere il perdono di Dio e di tutti i sovravvissuti per l’incapacità dei leader della Chiesa di rispondere con amore, integrità, onestà e comprensione al dolore delle vittime». Con il cardinale O’Malley, incaricato dalla Santa Sede quale visitatore apostolico sugli abusi sessuali in Irlanda, parteciperà alla cerimonia l’arcivescovo della città, Diarmuid Martin. (BN)

Don Luciano Massaferro

don Luciano Massaferro

A favore di don Luciano Massaferro erano scesi in campo la diocesi e il sindaco della cittadina ligure. La piccola vittima era 11enne


Don Luciano Massaferro è stato riconosciuto colpevole di molestie sessuali nei confronti di una chierichetta allora di 11 anni. Il tribunale di Savona, perciò, in primo grado ha condannato a sette anni e otto mesi di reclusione, a 190 mila euro di risarcimento e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e a fini educativi il parroco 46enne della chiesa di Alassio dei SS. Giovanni e Vincenzo.

DIFESE – In difesa di don Massaferro, arrestato ad Alassio il 29 dicembre 2009, si pronunciò a suo tempo la diocesi, che parlò di «fantasie di una ragazzina» prese per vere dai pm. Il vescovo di Imperia e Albenga, monsignor Mario Olivari, lesse in chiesa un documento in difesa del sacerdote. Anche il sindaco di Alassio, Marco Melgrati (Pdl), disse «tutto si fonda solo sulle parole di una bambina facilmente suggestionabile» e che si era «fatto di don Luciano un mostro».

INDAGINE – L’indagine era nata dopo la segnalazione dei medici dell’ospedale Gaslini di Genova, dove era stata ricoverata la bambina. L’attività investigativa della squadra mobile della questura di Savona è durata un mese e mezzo. Nel settembre 2010 il sacerdote aveva ottenuto i domiciliari e, dopo un periodo trascorso in un convento, a gennaio aveva fatto ritorno nella parrocchia di Alassio, dove ha atteso la sentenza. I legali di don Luciano hanno preannunciato che ricorreranno in appello dopo aver letto le motivazioni della sentenza.

Redazione online Corriere.it

Per la prima volta alto prelato incriminato per “insabbiamento”. “More Shame”, ancora vergogna. Un editoriale del New York Times torna ad accusare la chiesa cattolica romana per quanto riguarda la delicata questione della pedofilia. “Circa dieci anni dopo la scandalo” (il riferimento e alla vera e propria bufera che investì l’intera chiesa cattolica americana a partire dalla diocesi di Boston) “i bambini sono ancora in pericolo”. Secondo il rapporto di un grand-Jury della procura generale di Filadelphia diffuso il 10 febbraio, riferisce il quotidiano, tre sacerdoti e un insegnante della arcidiocesi di Filadelfia sono accusati dello stupro di due ragazzi mentre un alto funzionario, il monsignor William Lynn, è accusato di aver saputo e taciuto, mettendo a rischio migliaia di bambini. Lynn, responsabile del clero sotto il cardinale Anthony Bevilacqua (ora in pensione), è il primo alto prelato ad essere formalmente inquisito per aver “insabbiato” gli abusi. Il rapporto aggiunge che grazie a Lynn nella diocesi hanno continuato a operare e restare in contatto con i bambini almeno tre dozzine di sacerdoti accusati di pedofilia, anche le l’identità di quasi tutti questi sacerdoti non è nota. (TMNews, vgp)

Ginevra, 13 feb. (Adnkronos/Ats) – Si e’ tolto la vita uno dei due preti della diocesi di Losanna, Friburgo e Ginevra sospettati di abusi sessuali su minori commessi nel canton Ginevra. I fatti sono emersi la scorsa settimana e i due sacerdoti erano sono stati sospesi dalle loro funzioni fino al termine dell’inchiesta.La polizia cantonale ginevrina ha preso conoscenza del suicidio, ha affermato oggi il portavoce Patrick Pulh, confermando una anticipazione di “Matin Dimanche“, senza essere in grado di dire quando l’imputato si e’ tolto la vita.