Malta, gruppo di vittime scrive al Papa: «Qui la Chiesa protegge i preti pedofili»

Pubblicato: 8 gennaio 2011 in Articoli, Chiesa e pedofilia
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Il processo per gli abusi all’orfanotrofio di Saint Joseph non si è ancora concluso. Benedetto XVI incontrò ad aprile una delegazione. “Ma da allora nulla è cambiato”

di DAVIDE CARLUCCI (repubblica.it)

MILANO – La lettera l’hanno scritta nell’italiano pidgin, contaminato dall’inglese, che tuttora si parla a Malta. Ma il messaggio, indirizzato al Papa, è chiarissimo: “Noi ci ritroviamo molto dispiaciuti perché questi preti da oggi girano per le strade vestiti ancora da preti”. Le vittime degli abusi con le quali Benedetto XVI pregò ad aprile durante la sua visita pastorale nell’arcipelago al centro del Mediterraneo si riferiscono ai responsabili delle violenze: nonostante le scuse e le lacrime di Ratzinger, i religiosi sono ancora al loro posto. “Perché la Chiesa di Malta protegge ancora questi scandali? Perché i preti hanno ammesso nel 2003 e tutto va avanti come se non fosse successo niente?”.

Tutto è rimasto come prima, dicono gli ex ragazzi dell’orfanotrofio di Santa Venera, costretti un tempo a vestirsi da donna o ad assecondare, di notte, le perversioni sessuali dei sacerdoti. Della fermezza del Papa – che il 20 dicembre, parlando alla Curia romana, si è di nuovo scagliato contro gli abusi commessi dai sacerdoti, che “sotto il manto del sacro feriscono profondamente la persona umana nella sua infanzia e le recano un danno per tutta la vita” – oltre il canale di Sicilia non arrivano che flebili echi. Il processo penale contro i sacerdoti, dopo sette anni, non si è ancora concluso.

E proprio in questi giorni l’avvocato che assiste i sacerdoti sotto accusa, Gianella Caruana Curran, ha depositato un’istanza alla Corte costituzionale maltese contestando la “sovraesposizione mediatica” dei loro assistiti, non ancora giudicati: un artificio legale, a istruttoria conclusa, per prendere tempo in vista della sentenza. Dopo la visita del Papa, infatti, i sacerdoti hanno continuato in aula a proclamarsi innocenti, nonostante nei primi interrogatori avessero ammesso tutto alla polizia. Non è neppure cominciato, invece, il processo ecclesiastico.

Eppure la “investigatio previa”, l’indagine interna condotta dal “Response team” della Curia maltese che segue i casi di pedofilia, si è già conclusa, come hanno spiegato con una lettera spedita alle vittime a ottobre, i missionari di San Paolo, l’ordine a cui appartengono i preti accusati, Charles Pulis, Conrad Sciberras (trasferito poi in Italia, ad Albano Laziale) e Joe Bonnet. Nella missiva si spiega che si è presa la precauzione di non far entrare i sacerdoti a contatto con bambini. Quanto alle accuse “risultano fondate, per questo abbiamo trasmesso gli atti a Roma”.

Ma le vittime degli abusi non contestano Benedetto XVI. Al contrario, tornano a ringraziarlo per il tempo che ha dedicato loro durante la visita nell’isola. E lo implorano: “Stiamo ancora soffrendo e siamo senza giustizia dopo sette anni. Per favore, ci aiuti Lei, la preghiamo molto”. Il timore di Lawrence Grech, uno dei sei firmatari dell’appello, è che alla fine il loro caso finisca per essere insabbiato. “A Malta Chiesa, potere politico e magistratura sono una cosa sola – dice – Tant’è vero che un ministro è venuto in aula a testimoniare a favore dei sacerdoti. Pochi, anche nell’opposizione, vogliono difenderci: la gente è molto religiosa e ha paura di toccare i preti. Ma noi non riusciamo a dimenticare. E neppure a parlarne con i nostri figli”.

La loro lettera è arrivata anche nelle mani di monsignor Charles Scicluna, il promotore di giustizia della congregazione per la dottrina della fede cattolica delegato da Ratzinger di occuparsi dei casi di pedofilia. Scicluna, anche lui maltese, preferisce però astenersi da commenti. Ma a stento riesce a nascondere la “mortificazione” per i tempi estenuanti con cui la vicenda è stata trattata dalle autorità e dalla Curia della sua nazione. Una lentezza che rischia di vanificare tutti gli sforzi di Benedetto XVI di far pulizia all’interno della Chiesa, alimentando le frustrazioni delle vittime.

(08 gennaio 2011)

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