Pedofilia, il crimine nascosto

Pubblicato: 5 novembre 2010 in Articoli
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La ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna

Nel Codice penale italiano non esiste la parola “pedofilia”. Pochi giorni dopo la denuncia del nostro settimanale, il 27 ottobre scorso il Senato ha finalmente approvato la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa «per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale», siglata a Lanzarote il 25 ottobre 2007. Il disegno di legge era stato parcheggiato alla commissione Giustizia per otto mesi a conferma che (anche) quando c’è di mezzo la pedofilia, alle tante “belle” parole pronunciate dalle istituzioni per declamare il loro strenuo impegno contro la diffusione di un crimine, solo sporadicamente seguono dei fatti concreti. Ora il ddl, avendo subito delle modifiche, tornerà alla Camera dove era stato approvato a febbraio 2010. Staremo a vedere quanto ancora ci vorrà per salutare l’entrata in vigore di un provvedimento fondamentale per difendere i minori dagli abusi degli adulti. Il ddl, infatti, oltre a inasprire le pene per i pedofili, introdurrebbe per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico (con l’articolo 414-bis del Codice penale) il termine “pedofilia”. In ogni caso, in Italia molto ancora resta da fare. A cominciare dalla messa in funzione di Ciclope, la banca dati interministeriale per il monitoraggio della pedofilia istituita e finanziata con denaro pubblico sin dal 2007, senza che un solo file sia transitato nel suo server. «Con la banca dati si potrà sapere quanti reati sono commessi, di che tipo, dove. Non si potrà invece avere notizie dell’autore del reato» ha detto di recente il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, osservando che secondo lei l’identikit del violentatore tipo «non è di alcuna utilità» nell’opera di prevenzione. Sembra un quadro surreale ma siamo di fronte a un dramma: nel nostro Paese, l’ordinamento giuridico non “conosce” la pedofilia, e alle istituzioni non importa sapere chi è il pedofilo. Se a questo aggiungiamo la descrizione che gli esperti di Telefono azzurro danno delle caratteristiche di questa tipologia di criminale («il pedofilo – si legge nel Dossier 2010 – non è un soggetto facilmente identificabile come “problematico”, egli è invece abile nel mimetizzarsi all’interno della comunità e a sfruttare tutte le situazioni che favoriscono il contatto con bambini») si comprende perché inquadrare statisticamente la figura del violentatore non sia affatto semplice. I freddi numeri estrapolati dalle segnalazioni che arrivano a Telefono azzurro dicono che chi compie abusi su bambini è quasi sempre un uomo (88,8 per cento dei casi) mentre il ruolo delle donne autrici di violenze (12,2 per cento), «va da un abuso attivo e cercato per motivi di piacere o di denaro, a un abuso per così dire assistito, compiuto da altri che generalmente sono i compagni, e taciuto, nascosto, a volte addirittura facilitato. Non certo meno grave, almeno secondo il Codice penale, che all’articolo 40 afferma: “Non impedire un evento equivale a cagionarlo”». Nella maggior parte dei casi (60 per cento circa), il pedofilo appartiene al nucleo familiare della vittima: «Padri, madri, nonni, fratelli/sorelle, nuovi conviventi/coniugi e altri parenti». Se solo l’11 per cento circa riguarda soggetti estranei, negli altri casi si tratta di persone esterne alla famiglia ma comunque conosciute: tra queste, spiccano gli amici di famiglia (12,9) e gli insegnanti (9 circa), i vicini di casa (4,7). L’1,2 per cento delle segnalazioni al Telefono azzurro riguarda infine figure religiose. In sintesi, le statistiche dicono che l’aguzzino è spesso una persona che il bambino conosce bene, in cui ripone fiducia «abbassando così le difese e finendo per trovarsi in una condizione di “fragilità” emotiva» prima ancora che la violenza fisica completi l’opera di devastazione.

Federico Tulli

left 43/2010

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