Archivio per novembre, 2010

Presentata a Roma “Uno su cinque”, la campagna anti-pedofilia del Consiglio d’Europa per sensibilizzare l’opinione pubblica e arginare il dramma degli abusi sui bambini. L’Italia in ritardo con la ratifica delle nuove norme di Federico Tulli

In Europa una persona su cinque è stata violentata nel corso della propria infanzia da un adulto. Nella quasi totalità dei casi (tra il 70 e l’85 per cento) la vittima conosce il suo aggressore che spesso è un familiare, un parente o comunque una persona di fiducia, ed è questa una delle principali ragioni per cui il 90 per cento dei crimini pedofili non viene denunciato alle autorità. Poggia su questi dati la campagna di sensibilizzazione “Uno su cinque” del Consiglio d’Europa (Coe) lanciata ieri a Roma dal vicesegretario generale del Coe, Maud de Boer Buquicchio, insieme con la ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna, alla presenza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel complesso monumentale di San Michele a Ripa. Di fronte al dilagare della pedopornografia su internet, fenomeno strettamente connesso alla tratta dei piccoli schiavi e del cosiddetto turismo “sessuale”, e sfruttando la scia emotiva degli scandali che negli ultimi due anni hanno coinvolto la Chiesa cattolica di mezza Europa, la campagna si pone l’obiettivo di sensibilizzare i bambini, i genitori, gli insegnanti e le persone a contatto con l’infanzia sulla gravità e l’attualità del problema, e di fornire le conoscenze necessarie per prevenire e denunciare gli abusi. Ma soprattutto, l’iniziativa del Consiglio d’Europa è finalizzata a ottenere la ratifica della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso “sessuale” da parte dei 33 gli Stati che l’hanno firmata il 25 ottobre del 2007. Il documento è entrato in vigore il primo luglio 2010, e solo nove Paesi, a oggi, l’hanno adottata adeguando la legislazione nazionale alle indicazioni che contiene. Raddoppio dei termini di prescrizione entro cui è possibile denunciare l’abuso, introduzione del reato di apologia della pedofilia, inasprimento delle pene, sono alcuni dei punti nodali della Convenzione. L’importanza di concludere in breve tempo l’iter parlamentare di ratifica del testo da parte dei Paesi membri del Coe, è stata sottolineata dalla de Boer Buquicchio, e poi rilanciata dal vice presidente dell’assemblea al Consiglio d’Europa, l’irlandese Frank Fahey.

«Occorrono coraggio e trasparenza», ha detto Fahey ricordando la svolta provocata dalle tre inchieste governative che tra il 2005 e il 2009 hanno fatto luce sugli innumerevoli scandali pedofili coperti dalla Chiesa d’Irlanda per quasi mezzo secolo. «Dobbiamo essere certi che i bambini siano tutelati», ha aggiunto Fahey. «Si deve affrontare la pedofilia a viso aperto e senza riserve, solo in questo modo si può parlare di sensibilizzazione». «Il Consiglio d’Europa – ha detto a sua volta la ministra Carfagna – ha scelto l’Italia per il lancio della campagna antipedofilia, perché il nostro Paese si è molto impegnato nei negoziati che hanno portato all’adozione della Convenzione di Lanzarote». La titolare delle Pari opportunità ha poi annunciato una campagna informativa coordinata con il ministro dell’Istruzione, infine ha assicurato che anche il nostro parlamento «nelle prossime settimane» ratificherà la normativa del Coe. Il testo rimbalza tra i due rami del parlamento da oltre nove mesi. Dopo un prima approvazione alla Camera il disegno di legge di ratifica è stato votato a ottobre dal Senato con delle modifiche, pertanto è ritornato al punto di partenza. «L’Italia ha una normativa fortemente avanzata», ha comunque precisato Carfagna. Agli strumenti di legge, da gennaio 2011 si aggiungerà un’arma fondamentale. Si tratta della banca dati dell’Osservatorio per il contrasto delle pedopornografia istituita a fine 2007. L’Osservatorio opera presso il dipartimento per le Pari opportunità, «con il compito di acquisire e monitorare i dati e le informazioni relativi alle attività, svolte da tutte le pubbliche amministrazioni, per la prevenzione e la repressione del fenomeno dell’abuso e dello sfruttamento sessuale dei minori». Ma la sua banca dati non ha mai funzionato. «È stata attivata una prima fase con il funzionamento del portale e a gennaio prossimo il sistema diventerà operativo», ha detto la ministra Carfagna a Terra. Quanto all’eventualità che il governo avvii una campagna di trasparenza, in collaborazione con le autorità del Vaticano, sui crimini pedofili compiuti da uomini appartenenti al clero che negli ultimi anni hanno sconvolto numerose comunità – a Savona, a Bolzano, a Milano, all’istituto per sordomuti Provolo di Verona, solo per citarne alcuni -, prendendo esempio dall’indagine conoscitiva compiuta dall’esecutivo di Dublino, la titolare delle Pari opportunità è stata fin troppo chiara: «Non mi risulta che ci sia questa intenzione, che ci sia questa volontà».

Terra, il primo quotidiano ecologista

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Lunedì 29 a Roma parte la Campagna europea contro la pedofilia ma la nostra legislazione è in ritardo. Il papa chiede scusa alle vittime,che denunciano: «Sono solo parole, nulla è cambiato» di Federico Tulli

Ogni volta che papa Benedetto XVI chiede scusa alle vittime dei preti pedofili, in Italia (solo in Italia) parte una campagna stampa per esaltare l’importanza di questo gesto. Ma nessuno chiede mai ai diretti interessati – le vittime – cosa ne pensino di queste scuse e se le ritengano un effettivo segnale della volontà delle gerarchie ecclesiastiche di accantonare la “ragion di Stato” cambiando strategia nei confronti del crimine e di chi lo commette. Il 31 ottobre scorso diverse associazioni che rappresentano le istanze dei “minori” che hanno subito violenza da uomini e donne del clero cattolico, sono arrivate da tutto il mondo a Roma per manifestare di fronte al Vaticano, richiamando il pontefice alle sue responsabilità nei confronti degli abusati. «È ora che la verità emerga» chiedevano di fronte all’esercito di telecamere e cronisti (in gran parte di testate straniere), controllate a vista da una squadriglia di carabinieri in assetto antisommossa. Un evidente segnale che le molte parole spese dalla propaganda della Chiesa di Roma dopo l’impressionante serie di crimini pedofili venuti alla luce negli ultimi 18 mesi nelle diocesi e nelle scuole gestite da religiosi di mezza Europa, sono state appunto solo parole. E un segnale che il diretto destinatario ha platealmente ignorato. Non è da meno il governo italiano che in quanto ad ambiguità di atteggiamento quando ci sono di mezzo questioni vaticane dà il meglio di sé, raggiungendo picchi di surreale servilismo nel caso specifico della pedofilia nel clero. Guardiamo per esempio all’Irlanda, non certo un Paese di fondamentalisti anticlericali. È qui, nel 2009, che due complesse inchieste governative durate anni hanno messo la Chiesa locale prima e quella di Roma poi di fronte a una realtà incontrovertibile. E cioè che per decenni grazie alla copertura dei loro diretti superiori, che rispondevano a precise direttive della Congregazione per la dottrina della fede, un migliaio di preti e suore hanno potuto abusare indisturbati di un numero imprecisato di bambini e adolescenti.

Che dire poi della Germania, dove a inizio 2010 la cancelliera Angela Merkel, detta “la religiosa”, ha preteso e ottenuto un’approfondita indagine da parte della Conferenza episcopale tedesca per chiarire le vicende che hanno coinvolto una decina di prestigiosi istituti scolastici gestiti dai gesuiti? Siamo al punto che in Italia certe inchieste su larga scala non solo sono impensabili ma se il pm Pietro Forno, capo storico del pool antimolestie di Milano, osa dichiarare (intervista al Giornale del primo aprile 2010) che «la lista dei sacerdoti inquisiti per reati sessuali in Italia è lunga, ma non ho mai ricevuto dalle gerarchie cattoliche una sola denuncia nei confronti di un prete o di un altro sottoposto al controllo vescovile, come un sacrestano, un educatore, un chierichetto», ebbene la reazione istituzionale che il magistrato provoca è quella di ricevere un’ispezione ordinata dal ministro della Giustizia Angelino Alfano per presunta «diffamazione» nei confronti della curia. Il 29 e 30 novembre, a Roma viene presentata la Campagna del Consiglio d’Europa per combattere la violenza “sessuale” sui minori. A fare gli onori di casa il ministro per le Pari opportunità, Mara Carfagna. Con lei Maud de Boer Buquicchio, prima donna vicesegretario generale del Consiglio. «I nostri sistemi giudiziari – ha detto de Boer Buquicchio il 20 novembre, Giornata internazionale dei diritti del bambino – non possono ignorare che i bambini hanno esigenze e diritti particolari, soprattutto se sono coinvolti in procedure giudiziarie. Perché sia fatta davvero giustizia, quindi, bisogna che l’interesse superiore del minore sia protetto». È questo uno dei capisaldi della Convenzione di Lanzarote firmata nel 2007 dall’Italia. Oltre a inasprire le pene per i pedofili, il ddl di ratifica della Convenzione migliorerebbe gli strumenti di prevenzione del crimine. Ma da 9 mesi rimbalza tra le aule di Camera e Senato senza essere approvato.

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Intervista a Marco Lodi Rizzini, portavoce delle vittime dell’Istituto Provolo di Verona

«Vogliono insabbiare la verità»

 

Marco Lodi Rizzini è da 25 anni il portavoce dei sordomuti dell’Istituto Provolo di Verona. Qui, secondo 15 testimonianze autobiografiche dettagliate di persone che erano presenti anche alla manifestazione del 31 ottobre a Roma, tra gli anni Cinquanta e il 1984 una ventina di sacerdoti ha abusato continuativamente di decine di bambini ospiti della struttura. La dolorosa vicenda del Provolo ha trovato spazio sui media solo pochi giorni a inizio 2009. Passato lo scoop, la stampa nazionale non è più tornata sull’argomento.

Quali sono i fatti significativi che bisogna raccontare?

Il 25 settembre scorso a Verona gli abusati del Provolo hanno organizzato un congresso. È stata la loro prima iniziativa pubblica. Abbiamo poi saputo che all’estero ha avuto un’enorme risonanza, più dei 15mila che avevano manifestato contro il papa nella sua visita di pochi giorni prima in Gran Bretagna. Dai media italiani siamo stati ignorati. È stata messa la “sordina” ai diritti di queste persone.

Avete in programma nuove iniziative?

Siamo in attesa che ai primi di dicembre parta l’indagine conoscitiva della commissione concordata con la curia di Verona l’intervista per far luce sui crimini che denunciamo da 25 anni. In base a nostre richieste precise, nella commissione non ci sono sacerdoti e i testimoni saranno ascoltati da un ex giudice. Tutto sarà registrato con telecamere e i sordomuti avranno a disposizione un traduttore di nostra fiducia. Dopo di che il materiale sarà mandato in Vaticano. Vedremo con quali esiti. Sottolineo che si tratta di un’indagine puramente conoscitiva. Tutti i crimini, per il diritto canonico, sono prescritti. Per conoscere la verità, più volte abbiamo chiesto ai sacerdoti coinvolti di rinunciare alla prescrizione ma nessuno l’ha fatto. Tante buone intenzioni ma poi quando è il dunque…

A luglio 2010 il Vaticano ha varato le nuove Norme che regolano le indagini e il processo canonico contro i chierici che violentano minorenni. Qual è il vostro giudizio sulla risposta della Chiesa agli scandali?

I sordi del Provolo considerano le esternazioni del Papa un esercizio di buone intenzioni. Politicamente non ha fatto nulla. Semmai ha sempre cercato di sminuire la gravità dell’atteggiamento omertoso della Chiesa facendo presente che per il futuro si cercherà di stare più attenti. Ma tutti i documenti che nel passato hanno garantito le coperture ai pedofili sono ancora in vigore. Il discorso da fare secondo noi molto è più ampio.

Vale a dire?

È un discorso di etica e responsabilità. Al Provolo sono state rovinate delle vite. Persone di età compresa tra i 48 e i 64 anni che, ad esempio, non hanno avuto figli per paura che capitasse anche a loro. È inutile che il Vaticano snoccioli cifre e percentuali. È inutile che dica che “solo 6 preti su 100 sono pedofili”, è inutile che dicano che i pedofili non sono solo nella Chiesa. Questi sono discorsi senza senso, che a noi interessano poco. Il fatto che questi delitti succedano nella Chiesa e grazie alla copertura della Chiesa è di una gravità inaudita. Perché tutto avviene carpendo la fiducia delle vittime. Un discorso che guardando alla cultura dominante, alla mentalità diffusa, vale ancor di più in Italia. Ma che all’estero stentano a comprendere. Più volte ho cercato di spiegare a giornalisti stranieri i motivi dell’inerzia delle istituzioni di fronte ai palesi insabbiamenti della Chiesa. Fuori dai nostri confini è ancora incomprensibile come il Vaticano – che nel 1870 era scomparso – sia diventato prima una potenza economica e poi politica.

left 46/2010

Presentazione del libro “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” di Federico TulliL’asino d’oro edizioni

Venerdi 26 novembre 2010 – ore 19:30 al Caffè letterario di Roma

Con l’autore sono intervenuti : Gianluca Santilli, Clementina Ruggeri, Andrea Masini, Massimo Fagioli

Riprese e trasmissione internet prodotte da

Associazione Amore e Psiche

Associazione culturale Amore e Psiche

Realizzazione tecnica MawiVideo

(click sulla locandina per vedere la registrazione video)

Gianluca Santilli, Titty Ruggieri, Federico Tulli e Andrea Masini (foto di Sandro Righetti)


Intervista di Dino Marafioti a Maurizio Turco sul libro Chiesa e pedofilia (radioradicale, 24 novembre 2010)

Intervista di Dino Marafioti a Federico Tulli (24 novembre 2010)

 


Un manuale di consigli per pedofili resta in vendita su Amazon.com per due settimane. Monta l’indignazione degli utenti, ma il sito di vendite online più cliccato al mondo difende la sua scelta di non censurare nessuno di Federico Tulli

«Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo». È forse contenuta nei meandri di questa sintesi del pensiero illuminista, attribuita a Voltaire (erroneamente, poiché era invece di una sua biografa statunitense che si firmava con lo pseudonimo di S.G. Tallentyre), la spiegazione dei motivi che hanno spinto i gestori di Amazon.com a dare spazio sul proprio sito di vendita di libri online (il più grande del mondo) a un vero e proprio manuale di sopravvivenza per pedofili. Il testo in vendita dal 28 ottobre, di cui omettiamo volutamente il titolo, ha provocato l’indignazione degli utenti americani e canadesi che per primi si sono visti scorrere sullo schermo copertina e prezzo. In tantissimi, scrivendo su twitter, hanno chiesto esplicitamente all’azienda di rimuovere immediatamente certi prodotti dal sito minacciando il boicottaggio. Uno dei tanti denuncia: «Vedere un libro del genere sugli “scaffali” di Amazon è assolutamente scioccante». Tanto per capirci, l’autore del volume, che si firma Philip R Greaves II, argomenta che i pedofili sono figure per lo più fraintese e non capite e offre i suoi consigli su come «evitare di incorrere nelle sanzioni della legge». Insomma, per questo signore la vera vittima è l’aguzzino e non la persona che ha subito la sua devastante violenza. Un’idea criminale, negazionista e istigatrice a delinquere al tempo stesso, che ricalca fedelmente quella di tanti suoi “colleghi” pedofili che, a processo, abbiamo sentito dire di «non aver fatto, in fondo, nulla di male». Ma un pensiero riconducibile anche a quello dei “grandi” intellettuali del Novecento che auspicavano la depenalizzazione della pedofilia. Ecco dunque Freud padre di quell’idea violenta e assolutamente infondata che il bambino abbia già una sessualità. E il pensiero di certo Sessantotto, ispirato al filosofo Michel Foucault, per cui, in fondo, al bimbo piacerebbe essere violentato fisicamente e psichicamente dall’adulto, dunque non può essere reato. Resta la domanda: come è potuto accadere che un pedofilo sia riuscito a mettere in vendita sul più famoso sito specializzato del mondo, anche nella versione ebook un testo apologetico del più vile dei crimini contro l’umanità? Sotto accusa sono finite le regole stesse adottate dal grande rivenditore online. Amazon infatti consente anche agli autori di libri pubblicati a proprie spese la messa in vendita sul sito contemplando una divisione dei profitti. Con una breve nota, apparsa sul sito britannico della Bbc, ecco come Amazon ha giustificato la propria politica: «Si ritiene che sia censura non vendere certi libri semplicemente perché qualcuno crede che abbiano un messaggio discutibile. Non sosteniamo atti di odio o criminali, ma supportiamo il diritto di ogni individuo a prendere le proprie decisioni di acquisto». Sembra proprio la versione commerciale della (assolutamente non condivisibile) frase attribuita a Voltaire. Alla fine, Amazon si è dovuta arrendere alla “sollevazione” popolare. Il ritiro della guida dagli scaffali non è mai stato annunciato, tuttavia da ieri il libro non può essere più acquistato. I “vedovi” di Greaves possono consolarsi con Mein Kampf di Adolf Hitler, in vendita a 8,77 dollari come nuovo. Sullo stesso sito.

Terra, il primo quotidiano ecologista

La ministra per le Pari opportunità, Mara Carfagna

Nel Codice penale italiano non esiste la parola “pedofilia”. Pochi giorni dopo la denuncia del nostro settimanale, il 27 ottobre scorso il Senato ha finalmente approvato la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa «per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e l’abuso sessuale», siglata a Lanzarote il 25 ottobre 2007. Il disegno di legge era stato parcheggiato alla commissione Giustizia per otto mesi a conferma che (anche) quando c’è di mezzo la pedofilia, alle tante “belle” parole pronunciate dalle istituzioni per declamare il loro strenuo impegno contro la diffusione di un crimine, solo sporadicamente seguono dei fatti concreti. Ora il ddl, avendo subito delle modifiche, tornerà alla Camera dove era stato approvato a febbraio 2010. Staremo a vedere quanto ancora ci vorrà per salutare l’entrata in vigore di un provvedimento fondamentale per difendere i minori dagli abusi degli adulti. Il ddl, infatti, oltre a inasprire le pene per i pedofili, introdurrebbe per la prima volta nel nostro ordinamento giuridico (con l’articolo 414-bis del Codice penale) il termine “pedofilia”. In ogni caso, in Italia molto ancora resta da fare. A cominciare dalla messa in funzione di Ciclope, la banca dati interministeriale per il monitoraggio della pedofilia istituita e finanziata con denaro pubblico sin dal 2007, senza che un solo file sia transitato nel suo server. «Con la banca dati si potrà sapere quanti reati sono commessi, di che tipo, dove. Non si potrà invece avere notizie dell’autore del reato» ha detto di recente il ministro delle Pari opportunità, Mara Carfagna, osservando che secondo lei l’identikit del violentatore tipo «non è di alcuna utilità» nell’opera di prevenzione. Sembra un quadro surreale ma siamo di fronte a un dramma: nel nostro Paese, l’ordinamento giuridico non “conosce” la pedofilia, e alle istituzioni non importa sapere chi è il pedofilo. Se a questo aggiungiamo la descrizione che gli esperti di Telefono azzurro danno delle caratteristiche di questa tipologia di criminale («il pedofilo – si legge nel Dossier 2010 – non è un soggetto facilmente identificabile come “problematico”, egli è invece abile nel mimetizzarsi all’interno della comunità e a sfruttare tutte le situazioni che favoriscono il contatto con bambini») si comprende perché inquadrare statisticamente la figura del violentatore non sia affatto semplice. I freddi numeri estrapolati dalle segnalazioni che arrivano a Telefono azzurro dicono che chi compie abusi su bambini è quasi sempre un uomo (88,8 per cento dei casi) mentre il ruolo delle donne autrici di violenze (12,2 per cento), «va da un abuso attivo e cercato per motivi di piacere o di denaro, a un abuso per così dire assistito, compiuto da altri che generalmente sono i compagni, e taciuto, nascosto, a volte addirittura facilitato. Non certo meno grave, almeno secondo il Codice penale, che all’articolo 40 afferma: “Non impedire un evento equivale a cagionarlo”». Nella maggior parte dei casi (60 per cento circa), il pedofilo appartiene al nucleo familiare della vittima: «Padri, madri, nonni, fratelli/sorelle, nuovi conviventi/coniugi e altri parenti». Se solo l’11 per cento circa riguarda soggetti estranei, negli altri casi si tratta di persone esterne alla famiglia ma comunque conosciute: tra queste, spiccano gli amici di famiglia (12,9) e gli insegnanti (9 circa), i vicini di casa (4,7). L’1,2 per cento delle segnalazioni al Telefono azzurro riguarda infine figure religiose. In sintesi, le statistiche dicono che l’aguzzino è spesso una persona che il bambino conosce bene, in cui ripone fiducia «abbassando così le difese e finendo per trovarsi in una condizione di “fragilità” emotiva» prima ancora che la violenza fisica completi l’opera di devastazione.

Federico Tulli

left 43/2010