Non è un Paese per bambini

Pubblicato: 22 ottobre 2010 in Chiesa e pedofilia
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Il 29 ottobre, per la casa editrice L’Asino d’oro, esce il saggio del giornalista Federico Tulli, Chiesa e pedofilia. Left pubblica in anteprima alcuni contenuti del libro. Con un focus sugli ultimi fatti di cronaca colpevolmente trascurati dalle testate nazionali, troppo spesso appiattite sui comunicati della sala stampa vaticana

Federico Tulli

«Ti piacciono le caramelle, piccola? Vieni con me». Per Sonia (nome di fantasia) l’orrore comincia il 24 febbraio 2007. Ha sette anni quando padre M.R. (il nome non è mai stato reso pubblico) la convince a seguirlo negli uffici della sua parrocchia ad Arese, in provincia di Milano. L’orrore, per Sonia, prosegue al processo, dove una psicologa consulente della difesa sostiene che la bambina si sia inventata tutto dietro pressione del papà. L’orrore, per Sonia, non termina nemmeno quando il processo si conclude all’inizio di ottobre scorso con la condanna del salesiano, che oggi ha 75 anni, a due anni e mezzo di reclusione. Il pm Giancarla Serafini ne aveva chiesti cinque ma il giudice Ilaria Simi de Burgis, pur riconoscendo il prete colpevole di violenza sessuale, gli ha concesso l’attenuante della «modesta gravità del fatto». M.R. si era “limitato” a toccarle le parti intime, e la pena è stata dimezzata. Da un lato il “premio” alla lucida razionalità del pedofilo che, facendo leva su ciò che dovrebbe rappresentare la tonaca, carpisce la fiducia della vittima e la fa franca (incensurato, M.R. non andrà in carcere). Dall’altro la cultura dominante che seguendo i dettami della Chiesa di Roma e del freudismo attribuisce al “bambino”, che sarebbe perverso per natura, una mentalità criminale. Nel mezzo, l’atteggiamento pilatesco della legge che tira fuori dal cilindro la «modesta gravità» dell’atto, come se la devastazione psichica subita da una persona violentata fosse un fatto irrilevante, o peggio, inesistente, e forse con il retropensiero (anch’esso cattolico e freudiano) che in fondo essa sia pure un po’ complice. Dopo gli scandali della pedofilia nel clero, che lungo tutto il 2010 hanno squassato mezza Europa, scatenando un’indignazione mediatica e popolare senza precedenti nel Vecchio continente, ancora oggi in Italia la pedofilia viene “combattuta” così, con la vittima nuovamente offesa se osa denunciare il proprio carnefice. A rendere il quadro più sconcertante c’è l’atteggiamento della stampa.

La vicenda di Arese e la «modesta» condanna del prete violentatore non hanno meritato che un trafiletto non firmato nella cronaca locale di qualche quotidiano. E un discorso simile può essere esteso agli oltre cento procedimenti giudiziari per pedofilia che in questo momento nel nostro Paese vedono protagonisti dei sacerdoti. Silenzio. In un momento storico tanto delicato è quanto meno surreale che sentenze del genere non facciano notizia. Lo è ancor di più se si pensa che nei giorni in cui il giudice Simi de Burgis condannava padre M.R, Benedetto XVI riceveva in Vaticano le gerarchie ecclesiastiche irlandesi per fare il punto sugli scandali venuti alla luce nel 2009 nell’isola britannica. Anche in questo caso, encefalogramma piatto dell’informazione italiana. Come mai? È lecito ipotizzare che dal colloquio sia emerso che la lettera pastorale ai cattolici d’Irlanda, con cui il Papa il 19 marzo scorso chiedeva scusa per 70 anni di crimini compiuti da suore e sacerdoti contro i loro “figli”, non abbia sortito sull’opinione pubblica locale il risultato sperato? A leggere i giornali irlandesi pare proprio di sì. Lì, oramai, certe notizie hanno il giusto risalto. Una risposta potrebbe essere che di pedofilia nel clero in Italia non se ne deve parlare. Però è sbagliata. Dopo l’ondata di sconcerto e la pretesa di pulizia e trasparenza che tra la fine del 2009 e i primi mesi del 2010, attraversando l’Europa, si sono abbattute sulle gerarchie ecclesiastiche e sulla loro cultura dell’omertà, di pedofilia se ne parla eccome. Ma solo per far passare l’idea mistificatoria che ora tutti i problemi in seno alla Chiesa cattolica sono stati risolti, esaltando la via della “tolleranza zero” imboccata da Benedetto XVI (con “solo” duemila anni di ritardo, verrebbe da aggiungere). Ecco allora, per fermarci a questa settimana, il risalto dato da Corriere della Sera, Repubblica, Stampa e Giornale alla notizia della santificazione di Mary MacKillop una suora australiana «che nel 1870 era stata scomunicata per aver denunciato un prete pedofilo». Un dato talmente falsato che sono state le stesse gerarchie ecclesiastiche ad ammettere che la denuncia del pedofilo non ebbe alcun peso nella vicenda della scomunica della religiosa (perché evidentemente non è un’azione ritenuta meritoria). Oppure ancora, il grande spazio che ha trovato l’ennesimo presunto mea culpa di Benedetto XVI che in una lettera indirizzata ai seminaristi di tutto il mondo a conclusione dell’anno sacerdotale scrive: «Di recente abbiamo dovuto constatare con grande dispiacere che sacerdoti hanno sfigurato il loro ministero con l’abuso sessuale di bambini e giovani». «Di recente»? Senza contare che di pedofilia nel clero cattolico se ne parla già nel Concilio di Elvira del 305 e che la storia della Chiesa conta 17 Papi pedofili, vien da chiedersi come può dire «di recente» la stessa persona che è stata prefetto della Congregazione per la dottrina della fede dal 1981 al 2005. L’uomo cioè che ha diretto il “moderno” Sant’Uffizio, il luogo in cui da tutto il mondo confluiscono i dossier sui preti in pesante odore di violenza su minori. Malafede? Marketing? Sadismo? Chissà. Sta di fatto che oggi in Italia le notizie fuorvianti sulla pedofilia hanno più dignità di una violenza vera. A questa sorta di prove tecniche di negazionismo elaborate sulla pelle dei bambini partecipano anche le nostre istituzioni. Non a caso, qui da noi «la pedofilia è un fenomeno che si tende a “rimuovere”», come denuncia il Telefono Azzurro nel suo ultimo dossier annuale. Nel mio libro Chiesa e pedofilia, il “caso Italia” occupa un intero capitolo. Qui desidero anticipare brevemente due notizie che fino a ora hanno avuto la stesso risalto mediatico, si fa per dire, della «modesta» condanna comminata a padre M.R..

La prima, a conferma del disinteresse, o peggio, del finto interesse della politica per l’incolumità dei nostri bambini, riguarda l’annosa questione del mancato funzionamento dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile. Nonostante l’investimento di diversi milioni di denaro pubblico, non sono stati sufficienti tre anni a far entrare a regime la banca dati di questo organo ministeriale che difatti è ancora in fase di realizzazione al ministero per le Pari opportunità, guidato da Mara Carfagna. I protocolli d’intesa per la creazione dello strumento per il monitoraggio e il contrasto degli abusi su bambini e adolescenti nel nostro Paese sono stati firmati il 21 dicembre 2007 dai ministri delle Politiche per la famiglia, dell’Interno, della Giustizia e per le Riforme e le Innovazioni nella Pubblica amministrazione (rispettivamente, Rosy Bindi, Clemente Mastella e Luigi Nicolais). Con tale accordo i tre ministri si impegnavano a intraprendere gli interventi necessari per la progettazione, la costituzione e la gestione della banca dati che, una volta a regime, avrebbe dovuto costituire «una fonte autorevole e scientificamente attendibile di dati completi e confrontabili». Ebbene, come denuncia anche il “II Rapporto supplementare alle Nazioni unite sul monitoraggio della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia”, nemmeno lo stanziamento di svariati milioni di euro a favore dell’Osservatorio nell’ambito delle assegnazioni al Fondo per le politiche della famiglia (fondo che nel 2010 ha ricevuto 185 milioni di euro) è riuscito a far transitare un solo file nei suoi archivi. L’ultimo flebile segnale di esistenza in vita dell’Osservatorio è del 10 settembre scorso, giorno in cui il ministro Carfagna ha annunciato il via libera alla banca dati ottenuto dal garante della privacy. «Il monitoraggio della pedofilia ha scopi conoscitivi», ha detto il ministro. «Permetterà cioè di avere un quadro del fenomeno e sarà più facile predisporre azioni di contrasto e di prevenzione. Con la banca dati si potrà sapere quanti reati sono commessi, di che tipo, dove», ha quindi precisato Carfagna. Fin qui tutto bene, diceva il tizio che volava giù dal grattacielo. Subito dopo il tonfo: «Non si potranno avere notizie dell’autore del reato – ha aggiunto -. Questi dati non ci appartengono come cultura e poi credo non siano di alcuna utilità. Mentre avere le statistiche sul fenomeno della pedofilia e della pedopornografia aiuta a capire l’entità di questo drammatico fenomeno».

Come il ministro pensi di migliorare la prevenzione e il contrasto di un reato senza avere l’identikit di chi lo commette, resta un mistero. È come pensare di creare un vaccino per l’influenza senza conoscere l’eziopatogenesi della malattia ma solo sapendo quanti sono i malati. La perplessità sulle reali intenzioni del governo Berlusconi di prendere per le corna un crimine che vede spesso implicati dei religiosi aumenta ancora, se si guarda alla seconda delle due notizie fantasma sul “caso Italia”, pubblicata in Chiesa e pedofilia e relativa alla mancata ratifica della Convezione di Lanzarote. Adottata dal Consiglio d’Europa nel Comitato dei ministri del 12 luglio 2007 e sottoscritta dall’Italia durante l’ultimo governo Prodi, il 7 novembre dello stesso anno, la Convezione di Lanzarote è il primo strumento a livello internazionale che considera reati le diverse forme di abuso sessuale commesse in danno di bambini e adolescenti con l’utilizzo della forza o delle minacce. Uno strumento prezioso per combattere soprattutto i pedofili che si annidano nel web e quelli che cercano le loro prede al di fuori dei confini nazionali, negli slum dei Paesi poveri. Eppure, caduto Prodi, l’esecutivo di Berlusconi ha impiegato quasi un anno solo per recepirla, a marzo 2009. Dopo di che dal centrodestra si è avuto un unico sussulto che ha coinciso con l’approvazione del ddl di ratifica, avvenuta alla Camera il 19 febbraio 2010. L’iter si è quindi arenato definitivamente alla commissione Giustizia del Senato, dove la Convenzione giace tuttora. Il primo luglio il testo è entrato in vigore nei Paesi che l’hanno ratificata, Italia esclusa. Eppure ancora il 29 luglio, e di nuovo il 10 settembre Mara Carfagna esaltava l’avvenuta ratifica governativa del 2009, evitando qualsiasi riferimento alla clamorosa impasse parlamentare. Dal 28 al 30 novembre prossimi si terrà a Roma una conferenza europea sulla pedofilia organizzata con il Consiglio d’Europa. Il governo italiano può giusto fare gli onori di casa.

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il commento

Più debole è l’uomo più forte è il Vangelo di Ilaria Bonaccorsi

Prima di leggere Chiesa e pedofilia di Federico Tulli avevo sempre pensato e scritto a più riprese che il problema grave era l’aver trasformato un crimine, un vero e proprio delitto, in un peccato. Dunque in una grave colpa sì, ma di natura esclusivamente morale e pertanto punibile con sanzioni tutt’al più disciplinari. Dopo aver letto il libro di Federico Tulli è dolorosamente chiaro che il problema è ben più grave. Non è complesso, è solo grave e non tanto per le dimensioni assunte, anche se i numeri sono spaventosi, ma per i suoi contenuti e le sue forme. Davvero raccapriccianti, difficile trovare altri termini. Il problema non è più il silenzio, le attenuazioni, le coperture che ha messo in atto la Chiesa per coprire i propri crimini. E dunque il Crimen solllicitationis o il De delictis gravioribus, o chi ha firmato cosa. Il problema centrale è la natura di quell’istituzione che ha prodotto quei crimini. In nome di quell’istituzione e di quel Dio si è trasformato un crimine odioso, come quello di violentare dei bambini, in un delitto/peccato contro Dio, contro la fede e anche contro la morale. Contro tutti, meno che contro le persone interessate. Nel nome di quel Dio e di quella morale a lui conforme e ancor peggio di quell’istituzione che in terra lo rappresenta si è totalmente svuotata di significato la “vita” delle persone per portare avanti un concetto di “Vita” con la v maiuscola completamente disumanizzato. Quella “Vita” segnata a tal punto dal peccato originale, cardine del cristianesimo, per cui ogni omicidio, ogni violenza trova poi una sua giustificazione. Anche “stuprare un bambino” trova una sua giustificazione. E un suo perdono. Incredibile ma vero. Tanto “disumano” da produrre l’insabbiamento di crimini orrendi e da raccontare che la vita “vera” è solo dopo la morte. Questo Tulli lo denuncia molto bene nel suo libro, sapientemente ripartito in tre parti: una prima di ricostruzione storico cronachistica nella quale offre numeri, testimonianze e documentazione, una seconda in cui affronta la questione culturale e una terza, nella quale propone al lettore interviste con esperti.

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l’analisi

Maurizio Turco (Radicali italiani): «Crimini di Stato»

Lo Stato non ha alcun interesse a sapere quanti sono i preti italiani inquisiti per pedofilia da parte della Congregazione per la dottrina della fede, la “magistratura” vaticana. La denuncia è di Maurizio Turco, deputato radicale eletto nelle liste del Pd, che spiega: «Nonostante questi reati siano commessi da cittadini italiani nei confronti di altri cittadini italiani, lo Stato non vuole saperne nulla, vuole rimanerne fuori, riconoscendo all’autorità religiosa un’autonomia di movimento che con la professione della fede ha ben poco a che fare». La vicenda della banca dati ministeriale è emblematica (vedi articolo, ndr). «La scorsa legislatura – racconta Turco – ho fatto un’interrogazione per sapere quanti sono in Italia gli inquisiti per pedofilia e quanti tra questi siano sacerdoti o suore. Ebbene, è emerso che le autorità italiane questi dati proprio non li raccolgono». Come mai? «Per “colpa” dall’articolo 11 del Trattato del 1929, che garantisce agli enti centrali della Chiesa cattolica l’esenzione da ogni ingerenza da parte dello Stato italiano. Ai nostri governanti fa comodo leggerlo in maniera estensiva e quello che poteva essere un giusto diritto, cioè garanzia di libertà religiosa, è diventato un odioso lasciapassare per commettere reati abominevoli». Nel nome di questa “libertà”, come del resto avviene da secoli, commettono e coprono crimini. «Quello che mi disgusta – osserva Turco – è che la Chiesa cattolica passa il tempo a criminalizzare i “peccati” dei cittadini e, contemporaneamente, derubrica i propri crimini a peccati. Il Crimen sollicitationis stabilisce che finito il processo canonico il prete colpevole di pedofilia se ne torni a casa con un paio di ave Maria da recitare». Sarebbe normale che la magistratura vaticana passi la denuncia ai colleghi italiani. Ma non sono obbligati a farlo, e infatti non lo fanno mai. E nemmeno si pongono lo scrupolo morale. «Che si tratti di pedofilia, che si tratti di riciclaggio di denaro, il fine dei rappresentanti del potere religioso è tutelare il buon nome della Chiesa. A qualsiasi costo. Ecco, su quel “qualsiasi” noi abbiamo qualcosa da ridire». 

left 41/2010

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